Belle di notte

Racconto breve di Gianfranco Maccaferri

Sono tornato su ognuno dei miei passi.

Ho cercato una a una le orme che avevo lasciato e ho ripercorso il viaggio fatto due anni fa alla ricerca di una vita migliore, di un’esistenza che mi doveva stupire, saziare, divertire in tutti i miei sensi, sbalordirmi ogni giorno. Una vita intensa che non sarebbe mai potuta succedere nel luogo da dove ero partito.

Oggi mi ritrovo qui, esattamente da dove due anni fa ero partito: sono accanto alla mia casa, seduto sul muretto di pietra che mi ha visto da ragazzino sognare il futuro, meditare come fuggire, progettare in ogni particolare ciò che volevo realizzare.

Sono qui a osservare minuziosamente le cose semplici che mi circondano e sorrido ripensando all’eccitazione che mi percorreva tutto il corpo quando, da adolescente, mi vedevo proiettato in una vita dove tutto mi sarebbe stato permesso, dove ogni mio desiderio si sarebbe realizzato.

Con un fischio richiamo il cane che scodinzolando mi raggiunge e inizio ad incamminarmi verso l’ingresso di casa. I fiori che colorano il vialetto sono unici, solo io li ho, nessuno qui li aveva mai visti. Ho portato i semi al mio rientro, li ho inconsapevolmente conservati per tutto il viaggio di ritorno, sono l’unico souvenir della mia vita da occidentale.

Entrato in casa, nella penombra che rinfresca anche la mente e i pensieri, mi preparo del tè alla menta. Mi siedo al tavolo di cucina e inizio a scrivere gli auguri di buon anno a tutti i miei amici che sono lontani migliaia di chilometri, ma che so essere collegati in internet.

Erano mesi che non pensavo a loro e alla vita frenetica ed intensa che ho abbandonato.

Lo so che loro fanno fatica a credere che oggi io vivo allevando capre, ma questo è ciò che ho scelto per i miei prossimi anni, poi vedrò dove i pensieri mi porteranno.

Adesso sono sereno e vivo soddisfatto di ciò che ho: cinquecento capre che un pastore e i suoi cani portano ogni giorno a pascolare libere su questo territorio senza confini, una casa fresca e accogliente e ho un ragazzo splendido che è innamorato di me e che soddisfa le mie esigenze estetiche, amorose, affettive e sentimentali.

Un ragazzo perfetto, che vive le sue giornate indipendente da me ma che alla fine del pomeriggio torna a casa felice di rivedermi, di ritrovarmi, di sentirmi. Un ragazzo che in questo periodo della sua vita ha la mia stessa esigenza di vivere sereno, lontano da tutti i rumori della società.

Quando lo incontrai per la prima volta mi disse che avevo un viso felice. Gli dissi che era vero, perché avevo realizzato il mio sogno, quello di vivere ciò che da noi non può esistere, ciò che non è consentito: conoscere l’amore, l’innamoramento, il tradimento… ma soprattutto vivere tutto intensamente e sinceramente. Sperimentare il proprio stato d’animo nella disperata sincerità d’innamorarsi.

Lui mi rispose: “Il mio sogno invece è una casa lontano da tutto e da tutti, contemporaneamente fare parte di questo paese, viverci normalmente la mia vita, ma avere il mio rifugio dove la sera torno per stare solo con il ragazzo che amo”.

Non mi ci volle molto a farlo innamorare…

Due anni fa, prima di partire ho atteso che i miei genitori terminassero di costruire questa casa che avrebbe dovuto vedermi sposato e padre di chissà quanti figli. In fondo ho sempre saputo che sarei tornato, come sapevo che era giusto vivere tutto quello che questa società non avrebbe mai potuto darmi. Tutti i ragazzi devono vivere le esperienze di una vita diversa, completamente opposta al loro quotidiano. Non è giusto solo sognarla, occorre viverla direttamente, fisicamente, consumare il proprio sogno.

E io posso dire di averlo fatto, pienamente.

A venti anni ho scelto l’uomo in Francia che poteva far avverare la mia fantasia: era ricco, bello, quarantenne, timido, con la paura di essere scoperto in famiglia nel suo essere omosessuale, amante dei ragazzi arabi.

Io ero il suo ideale: un ragazzo bello, giovane, vergine (realmente, non avevo mai fatto sesso), che cercava un uomo da amare seriamente.

I social network sono magnifici in questo perché ci hanno fatto conoscere, parlare, scoprirci, capirci, desiderarci.

Mi ha “importato” come dipendente della sua attività alberghiera.

Mi ha subito riempito di regali, vestiti, accessori. Io gli ho offerto la mia verginità e il mio amore.

Per un anno ho vissuto solo per lui, ho conosciuto i suoi amici e tutti i locali più divertenti di Parigi, anche quelli in cui lui non aveva mai osato entrare da solo. Con me lui era libero di essere ciò che era, di essere innamorato di un uomo. La sua felicità era talmente esasperata che lui stesso mi diceva che stava vivendo un sogno.

Tutti i mesi lui mi dava duemila Euro che mettevo sul mio conto corrente. Risparmiavo l’intera cifra non dovendo spendere nulla. Il mio lavoro era procacciare tramite internet i clienti che dai paesi arabi andavano a Parigi per business e proporre loro di soggiornare nell’albergo del mio amante. Dedicavo circa sei ore al giorno a questa attività e i risultati erano assolutamente confortanti. Non ho quindi rubato nulla, non volevo minimamente essere o sembrare un prostituto.

Dopo circa un anno, all’improvviso, ho scoperto che lui stava chattando con un ragazzo degli Emirati Arabi. Aveva lasciato la pagina internet aperta nel suo ufficio e così ho potuto leggere i messaggi: erano gli stessi che aveva inviato a me per convincermi del suo amore.

Il tradimento non lo avevo considerato o previsto e quindi per alcuni giorni mi diedi malato per estraniarmi dalla situazione e fu in quella circostanza che mi accorsi che le sue attenzioni verso di me non erano più totalmente sincere.

Decisi che il tradimento era una delle situazioni che l’occidente mi offriva di vivere, a casa mia non esiste.

Nell’arco di un mese chiesi al mio ex amato di farmi avere le card d’ingresso dei locali gay più belli di Parigi. Poi mi trovai un monolocale vicino all’albergo. Infine chiesi una percentuale, oltre lo stipendio fisso, sui clienti da me procacciati. Feci una scenata di gelosia tale che, il mio ex amato si sentì in colpa al punto da accettare ogni mia condizione di futura amicizia e di collaborazione professionale.

Iniziai a lavorare dalle dieci del mattino sino alle sei del pomeriggio con pausa pranzo che consumavo al ristorante. Poi tornavo a casa, mi rilassavo e mi preparavo per uscire nel dopocena.

Le serate si susseguirono una più pazza e devastante dell’altra: disco pub e discoteche erano la mia meta notturna. Nell’arco di un mese diventai una specie di animatore dei locali, ballando e coinvolgendo anche i clienti più timidi. Mi divertivo a esibirmi rimanendo spesso con addosso solo gli slip.

In quelle notti ho conosciuto molti ragazzi che cercavano l’amore della loro vita: quelli che lo cercavano in un pompino nei bagli della discoteca, quelli che lo trovavano nella scopata a casa mia sino al mattino successivo, quelli che il grande amore della loro vita si racchiudeva in una settimana di pazzie notturne, sesso diurno, ristoranti romantici la sera.

Inizialmente ci credevo a questi amori importanti, le parole che suggellavano il rapporto erano serie, ma il mattino mi vedeva sempre abbandonato dalle fughe silenziose dei ragazzi che avevo portato nel mio monolocale.

Fu così che capii che i ragazzi occidentali gay non sanno cosa è l’amore o perlomeno lo vivono in modo schizofrenico. Gli unici che probabilmente erano seri, erano gli inguardabili o i troppo timidi per vivere come vivevano quelli simpatici e belli fisicamente.

Dopo l’esperienza sentimentale con l’uomo che mi aveva “importato” avevo escluso i gay adulti dalle mie preferenze e così tutte le notti vivevo l’amore che mi regalava un mio coetaneo.

Dopo qualche mese mi resi conto che i ragazzi per me belli e divertenti che costantemente frequentavano le discoteche gay li avevo “amati” praticamente tutti. Fortunatamente Parigi è talmente un grande contenitore di ragazzi omosessuali che le “nuove entrate” erano frequenti e così iniziai a dedicarmi ai ragazzi che per la prima volta mettevano il loro culo su una sedia o su un divano della discoteca in cui stavo trascorrendo la serata. Ero diventato io quello che illudeva con sguardi e parole i ragazzi inesperti, per poi al mattino successivo chiedere loro di uscire velocemente dal mio monolocale perché dovevo andare a lavorare.

Una mattina decisi di mangiare nella cucina con il personale dell’albergo e non nel ristorante, per evitare di vedere il mio ex amore che accoglieva il nuovo arrivo importato direttamente dagli Emirati Arabi.

Mi sedetti vicino a César, un ragazzo molto giovane, al massimo di diciotto anni, che avevo visto lavorare al bar tutte le mattine e che mi preparava sempre il caffè. Un ragazzo anonimo, di poche parole ma molto gentile e attento sul lavoro. Chiacchierando non ricordo di cosa, incontrai i suoi occhi: erano verdi, piccoli e un poco infossati. Gli chiesi se era fidanzato, mi rispose che era innamorato di una persona che non gli aveva mai rivolto lo sguardo, che non lo aveva mai neppure guardato, ma che tutte le mattine lui salutava, gli augurava una buona giornata e gli preparava il migliore caffè che era capace a fare.

Poi mi sorrise.

Terminai velocemente di mangiare e tornai nel mio ufficio. Ero stordito, imbarazzato, confuso.

Io che di notte ero capace ad animare una serata piatta, che con uno sguardo e poche parole mi portavo a letto i ragazzi più belli che incontravo… io ero a disagio, impacciato, insicuro di fronte ad un ragazzo anonimo che mi sorrideva.

Quella sera non uscii di casa, stetti sul divano a pensare alla mia vita, ai miei amori ridicoli, al sesso che mi regalava intimità ed affetto ogni notte, ma solo fino alle prime luci del giorno.

Il mattino successivo andai come sempre al bar dell’albergo, guardai César negli occhi e gli sorrisi. Lo salutai augurandogli buona giornata e gli chiesi il migliore caffè che era capace di fare. Era talmente agitato che gli cadde il piattino e si dimenticò il cucchiaino, ma l’espressione del suo viso mi regalò qualcosa che non avevo mai ricevuto: la sincerità.

Con discrezione gli chiesi se lui la sera usciva, se andava a ballare.

“Solo il sabato, a volte, con gli amici.”

“Allora sabato vieni con me… se vuoi, se puoi.”

“Ma sabato è oggi.”

“Oggi? Bene, allora ci vediamo per l’aperitivo alle venti, qui davanti.”

“Ma sei sicuro che tu vuoi passare la sera proprio con me?”

Notai che la zuccheriera che teneva in mano tremava… era nervosissimo.

“Non ne ho il minimo dubbio caro César! A stasera… andiamo a divertirci insieme.”

Appena finito il lavoro, corsi a casa. Mi feci barba, doccia, mi tagliai le unghie, provai almeno dieci soluzioni diverse di pantaloni, camicie, maglie, giacche… quando arrivai al profumo da scegliere andai in confusione: quale poteva essere la fragranza più adatta per coinvolgere un ragazzo come César?

Mi fermai. Mi sedetti sul letto e scoppiai a ridere.

Mai mi era successo di pensare così intensamente ad un ragazzo mentre mi preparavo per uscire, a scegliere ogni particolare in funzione di ciò che a lui poteva piacere. Ero davvero impazzito!

Scelsi il profumo meno intenso.

Arrivai davanti all’hotel con dieci minuti di anticipo, lui era già lì che mi aspettava.

Quando lo vidi, rimasi sconcertato. I suoi vestiti erano da adolescente senza nessun buon gusto, comprati probabilmente in uno store con l’ottanta per cento di sconto. Un bulletto di periferia, ma con un sorriso da far girare la testa a chiunque e con i due occhietti infossati che sprigionavano un’eccitazione coinvolgente. La “chimica” in circolazione in quei pochi istanti fu esasperante. Lo avrei portato nel mio monolocale subito, altro che discoteca!

Lo invitai in un locale per l’aperitivo cena dove l’animazione era basata sulla musica e qualche go-go-boys che ballava. Un vocalist che coinvolgeva i clienti girando per tutta la sala, mi si avvicinò e mi afferrò per la mano per condurmi come sempre al centro della sala a ballare. Gli feci capire di aspettare un attimo. Andai dal dj e gli chiesi di mettere Bang Bang poi tornai da César, lo presi per mano e lo condussi al centro della sala.

Bang bang into the room (I know you want it)
Bang bang all over you (I’ll let you have it)
Wait a minute let me take you there (ah)
Wait a minute tell you (ah)
Bang bang there goes your heart (I know you want it)
Back, back seat of my car (I’ll let you have it)
Wait a minute let me take you there (ah)
Wait a minute tell you (ah)

Abbracciai César. Iniziammo a ballare appiccicati e lo baciai per la prima volta. Le mie mani scesero sulle sue natiche avvolte strettamente dai jeans e l’erotismo che insieme emanavamo fu un messaggio chiaro a tutti: quella sera io ero solo per César.

Tutta la sera restammo in quel locale a ballare, bere, mangiare, a raccontarci a vicenda di come eravamo belli. Non andammo in discoteca per proseguire la nottata ma necessariamente a casa mia. César non aveva mai fatto all’amore. Fu entusiasmante comprenderlo, conoscere ogni centimetro della sua pelle, fare in modo che lui scoprisse a quali sensazioni il suo corpo poteva condurlo.

I giorni che seguirono furono stranissimi: quasi tutte le sere andavamo in ristoranti che io selezionavo per la loro atmosfera romantica, dopodiché il mio monolocale ci vedeva semplicemente nel quotidiano di una coppia che si amava, che voleva trascorrere ogni momento sola, lontana dal mondo.

Poche volte le discoteche ci videro nelle nostre nottate, spesso erano le passeggiate il nostro modo di trascorrere il tempo insieme, oppure i cinema o qualche locale che proponeva musica dal vivo.

Il tempo trascorreva velocissimo. Gli regalai qualche indumento un po’ meno da bullo di periferia ma rispettando il suo gusto adolescenziale. Per me lui era sempre e comunque bello, proprio perché a diciotto anni era sinceramente innamorato di me più di chiunque altro avessi mai incontrato, io di lui molto di più.

Non avevo più voglia di vivere esasperatamente le situazioni costruite in una discoteca gay, volevo vivere con César la normalità. Dopo molto tempo tornammo insieme nella discoteca da me preferita e dove ero stato “di casa” per molte notti. Io non volevo tornarci ma per lui era vivere qualcosa di nuovo, da scoprire. Mentre lui si divertiva come un matto, io trovavo tutto banale. Dopo quella notte volle andare in tutti i locali gay che conoscevo e io lo accontentai. Lui stava scoprendo un mondo entusiasmante mentre io quello stesso mondo lo vivevo come passato. Notai il suo piacere nell’essere osservato dalla fauna umana notturna. Iniziò a confidarmi i suoi giudizi sugli altri ragazzi in discoteca, a inserirli in una sua personale graduatoria.

César stava scoprendo la vita travolgente delle notti gay parigine.

Tutto mi apparve chiaro quando una notte un go go boy lo trascinò in una lap dance sensuale con tanto di cubo e palo. Notai il suo piacere nell’essere ammirato, nell’essere al centro dell’attenzione, nel ballare eroticamente con il boy praticamente nudo più bello di tutto il locale.

Quando tornò da me era eccitatissimo, accaldato, mi diede un bacio veloce e corse al bar per prendere un cocktail alcolico esagerato. Tornò dal go go boy e divise la bevanda con lui, scambiandosi tra loro l’alcool e gli sguardi eloquenti.

Quel ragazzo vestito con un tanga io lo conoscevo benissimo, sapevo che non gli avrebbe concesso vie di fuga.

Io uscii dalla discoteca con la scusa che ero stanco. Insistetti perché César rimanesse a divertirsi.

Al mattino, al suo rientro, mi bastò guardarlo negli occhi per capire tutto quello che già sapevo.

Andai nel mio ufficio, controllai il mio conto bancario, sistemai i sospesi, feci la lettera di dimissioni immediate dall’hotel.

Da quel pomeriggio inizia il mio cammino inverso. Ripercorsi ogni mio passo, cronologicamente.

Attesi che César finisse il lavoro e lo portai nel mio monolocale. Facemmo l’amore intensamente essendo coscienti che quella era l’ultima volta che potevamo stare accanto al corpo, alla persona che entrambi eravamo certi di amare.

Poi andammo a cena nel più romantico dei ristoranti, all’uscita lo convinsi andare a casa sua.

Il bacio della buona notte fu inumidito anche dalle sue lacrime.

Iniziai il mio peregrinare in almeno quattro o cinque discoteche in cui sapevo di trovare i miei ragazzi. In ognuna delle discoteche feci sesso. Come ultima discoteca lasciai quella dove lavorava il go go boy che per primo portai nel mio monolocale. Lo accolsi nuovamente nel mio letto e il mattino silenziosamente lui si defilò.

Con calma consegnai le chiavi del monolocale al proprietario e andai all’hotel. Incontrai l’uomo che mi aveva importato e amato. Mi chiese spiegazioni sulla mia decisione di andarmene. La risposta fu semplice: “Ho vissuto l’amore con te, il tuo tradimento, le notti folli della Parigi gay, ho fatto sesso con decine di ragazzi bellissimi, mi sono innamorato inaspettatamente di un ragazzo normale e l’ho amato davvero, sabato ho deciso di lasciarlo libero di godersi i suoi diciotto anni… Tutto il resto è il quotidiano che posso vivere tranquillamente da dove sono venuto. Grazie a te ho vissuto tutto ciò che l’occidente offre e che il mio paese mi vieta. Tu hai reso un ragazzo felice di aver realizzato il suo sogno.”

“Tieni, questa busta è di César, mi ha detto di dartela e di aprirla quando sarai a casa”.

Il taxi, l’aereo, il bus che mi riportano al paese e la camminata sotto il sole caldissimo che avevo dimenticato. I baci e le lacrime dei miei genitori poi, senza fretta, mio padre mi accompagna nella nuova casa costruita per la mia vita futura.

Finalmente solo. Mi preparo un tè verde e mi siedo al tavolo di cucina, prendo la busta che mi ha lasciato César. La accarezzo delicatamente.

La apro e dentro trovo solo un piccolo biglietto, lo leggo lentamente:

Io ti amo e vorrei correre da te, ma capisco che non puoi perdonarmi. Adesso siamo lontani, ma nella busta ho messo dei semi di fiori che hanno sfumature e colori diversi, ogni seme farà tantissimi fiori delicati, si chiamano “belle di notte”, sono per te, per ricordarmi… se vorrai.

César

I racconti brevi sono nati come stimolo di scrittura dall’incoraggiamento dell’amico Ennio e, in molti casi, sono stati pubblicati sul sito del quotidiano di opinione e cultura: gaiaitalia.com

Leggi anche il libro: “Io sono Rohita – Lo tsunami in una vita” di Gianfranco Maccaferri

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