La grande casa dalle bianche mura

racconto breve di: Gianfranco Maccaferri

Ho accompagnato i miei anziani genitori al cimitero. In una notte, uno dopo l’altro si sono spenti.

Non avevano più vita intorno a loro o motivi per esistere… e da soli non si bastavano. Che senso aveva tutta la loro esperienza se non potevano condividerla con i giovani? Se gli era impedito di insegnare, correggere, dare consigli, dare valore alla loro esperienza… perché avrebbero dovuto sopravvivere alla loro inutile solitudine?

Questa è una vecchia e grande casa dalle bianche mura che ha ospitato tre generazioni prolifiche, uomini e donne che hanno procreato sino a che la natura glielo concedeva per poi, nella vecchiaia, occuparsi dei nipoti perché crescessero forti, sicuri e anche loro prolifici.

Oggi, per la prima volta, sono tra queste mura tutto solo, ma credo, spero, non per molto: ho invitato Walid a cena e sono ansioso di scoprire se vuole condividere davvero la sua vita con me, io lo desidero da cinque anni.

In questa grande casa in una sola generazione tutto è andato perduto: i giovani uomini si sono sparsi per il mondo a costruirsi una vita lontana dalle bianche mura e le giovani donne si sono sposate e trasferite a casa dei loro mariti.

Mio nonno costruì questa casa dopo essersi laureato in legge e prima di sposarsi. Uomo fortunato, nato da una famiglia ricca e potente, ma lui pretendeva una vita famigliare chiusa in se stessa. Un lungo e alto muro bianco circonda l’intero perimetro del terreno in cui, anno dopo anno, ha edificato e allargato la casa. Fuori dal muro bianco i campi agricoli, il bestiame, le case delle famiglie di contadini che lavoravano per lui, ma dentro le bianche mura solamente tutta la sua famiglia. Oltre le mura bianche, oltre le stalle e i campi agricoli, solo il deserto arido.

Mio nonno ebbe un primo figlio, poi sei figlie e infine un altro maschio, l’ultimo nato, mio padre. Le donne, sposandosi, andarono a vivere nelle case dei mariti. I due maschi portarono le loro mogli nella grande casa. Prolifici entrambi iniziarono a sfornare bambini ogni anno e mio nonno continuò ad allargare la casa aggiungendo stanze. Alla fine la casa è composta da dieci stanze: una dei nonni, due per i figli maschi e relative mogli, cinque destinate ai nipoti; in comune c’è una grande cucina con un tavolo enorme e un salone con divani e poltrone. Mio nonno impose anche ai suoi due figli di avere una sola moglie, come lui stesso aveva. Lui credeva nell’amore, nell’innamoramento che dura una vita e, altra particolarità, non accettò mai di dividere il maschile dal femminile: dentro le bianche mura le donne erano libere di studiare, divertirsi, vestirsi, giocare insieme ai maschi.

Sono passati oramai molti anni dalla morte dei nonni e la casa lentamente si è svuotata, tutti hanno voluto andare a vivere in città, tutti hanno scelto una vita lontana dalla grande casa bianca. Solo mio padre e mia madre avevano deciso di viverla per tutta la vita.

Ieri, dopo il funerale dei miei genitori, la miriade di parenti giunti per la triste occasione si è nuovamente suddivisa e ogni nucleo famigliare è tornato alla sua vita lontana dalla grande casa ed io, oggi, mi ritrovo solo tra queste bianche mura.

Attendo da lungo tempo di ospitare Walid, ho atteso anni per chiederglielo, ma non ora, necessito ancora di un po’ di tempo per condividere queste stanze con lui.

Sono già cinque anni che sono tornato a vivere qui per non lasciare soli i due vecchi. Non solo per loro due sono sono tornato, soprattutto sono qui perché ho deciso di fare il rinnovatore di un sistema agricolo obsoleto, improduttivo, faticoso.

In questi cinque anni ho dovuto proseguire nelle regole di questa casa, precetti mai scritti e mai detti ma osservati da tutti: la cucina e il salone sono le parti in comune, poi ognuno ha la sua camera privata, riservata, dove solo le donne addette alle pulizie possono entrare, se e quando gli è concesso. Non ricordo di essere mai entrato nelle stanze altrui. Questo sistema di riservatezza ha permesso una vita famigliare corretta, ma nonostante ciò, lentamente la casa si è comunque svuotata.

Adesso che sono solo, posso entrare dove non sono mai stato. Ho deciso che ispezionare questa casa mi farà capire molte cose dei miei parenti, della mia storia, tutto ciò che nessuno mi ha mai raccontato e che ognuno teneva per se.

Decido di iniziare dalla camera più misteriosa, quella di cui ho i ricordi più confusi e lontani.

La stanza di mio zio e di sua moglie: le prime cose che osservo sono che è grande, fresca, con un letto enorme, un armadio vuoto. Un tavolo e quattro sedie. La libreria, so che tutte le stanze ne hanno una, ma scrutando i libri che contiene e sostiene mi sconvolgo: c’è quasi l’intera produzione letteraria americana degli anni cinquanta e sessanta. Pensare a mio zio come un uomo “on the road” mi fa sorridere. Ripensandoci però lui era quello che parlava sempre dell’U.S.A., del fascino del farsi da solo, dell’idea che chiunque può diventare uno importante, famoso, ricco, al di là dalla famiglia di provenienza. Lui era quello della moto italiana grossa e rumorosa, del Martini in frigorifero, del Whisky bevuto nei bicchieri larghi e spessi. Lui è quello che a quaranta anni è morto per il morso di un cane infetto dalla rabbia. Ricordo quel cagnolino che nell’ultimo periodo sembrava un poco scemo: mordeva insetti immaginari e dopo qualche giorno iniziò ad avere difficoltà ad abbaiare. Fu in quella fase che una sera, nel grande cortile cintato dalle bianche mura, morse mio zio. Lo azzannò e tenne la presa per diversi minuti, sino a quando intervenne mio padre che spacco il cranio dell’animale con una vanga. Il terrore avvolse tutta la famiglia.

Gli adulti capirono subito tutto.

Seguirono giorni tristi, mio zio era tenuto sotto osservazione. Passarono quattro settimane e lui stava benissimo, come sempre. Alla quinta settimana iniziò ad avere un po’ di febbre e poi ricordo che lo legarono a questo letto enorme che adesso ho di fronte e, per tutta casa, si iniziarono a sentire le sue urla e la silenziosa disperazione dei miei nonni.

Per due giorni quella furia legata al letto emise il suo delirio, sconvolgendo ognuno di noi.

Non era sufficiente tapparsi le orecchie. La sua voce distorta, potente, sciagurata, invadeva ogni angolo della casa.

Fu una sera che vidi mio nonno andare fuori dalle bianche mura quasi correndo, raggiungere la casa del guardiano per poi rientrare a passo lento e deciso. In mano aveva un fucile.

Tutti tacquero.

Si sentivano solo le urla di mio zio e lo sbattere feroce del letto.

Nessuno osò fermare il capofamiglia, neppure sua moglie.

Entrò in quella camera e poco dopo si sentì lo sparo.

Quel colpo di fucile risuonò nella mia testa per anni, ancora oggi lo ricordo perfettamente, come il silenzio che ne seguì.

Da quella sera mio nonno smise di parlare. Non sorrise più. Negli anni successivi si limitò a trasmettere il suo affetto verso i nipotini con delle carezze sulle loro teste scompigliandone i capelli.

Mia nonna invece sfogò il suo dolore piangendo, urlando, strappandosi i capelli, rotolandosi sulla terra del cortile per tutta la notte sino a quando, stremata, si addormentò.

Il giorno dopo era di nuovo la nonna che tutti conoscevamo.

Da quella notte nessuno ha mai più dormito in questa stanza, su questo letto, neppure mia zia che trasferì tutta la sua roba nella camera delle figlie.

Per farmi un paragone mentale diretto, chiudo questa stanza e vado nella camera di mio padre; solo negli ultimi giorni prima della sua morte mi è stato concesso di entrare qui.

In qualche modo mi è oramai famigliare ma cerco qualcosa che mi faccia capire meglio chi era il mio papà. Gli scaffali della libreria sono sempre il miglior luogo dove indagare su una persona. Se mio zio amava i romanzi americani degli anni cinquanta, il fratello, che a me sembrava molto simile nel carattere, cosa teneva di prezioso e nascosto?

I libri sono molti e tutti rifoderati.

Oddio… mio padre leggeva Sartre, Jean Jenet, Camus!

Mai avrei pensato a queste scelte, nulla mi aveva mai indotto neppure a sospettare che mio padre avesse una formazione esistenzialista così spiccata. Il suo essere pragmatico in tutto, essenziale in ogni gesto e in ogni discussione, la fatica che faceva a dimostrare l’amore e l’affetto verso gli altri… mai mi avevano fatto intuire le sue letture.

In uno scaffale in basso trovo molti libri dedicati a Yasser Arafat e molti autori palestinesi che non conosco. Accanto alla libreria vedo un bellissimo quadro che non avevo mai notato. Rappresenta con caratteri arabi e con la forma decorativa complessiva di un grande cuore, una frase di Arafat che conosco molto bene perché in molte occasioni mio padre la ripeteva: “La pace è un valore assoluto che aiuterà l’individuo a sviluppare la sua umanità con una libertà che non può essere limitata da restrizioni religiose, nazionali o addirittura regionali.”

Grazie a questa frase mio padre indusse i suoi figli e i figli di suo fratello rimasti orfani, maschi e femmine, a frequentare le scuole straniere esistenti in città, a regalare ad ogni nipote, al compimento dei quattordici anni, due libri: “Il piccolo principe” e “Siddharta”.

Ripensandoci non trovo alcun nesso con gli autori esistenzialisti della sua libreria e i due libri che metodicamente donava ai suoi nipoti.

A ogni ragazzino, dandogli il pacco regalo, diceva più o meno sempre la stessa frase: – Tutto quello che devi sapere della nostra cultura te lo insegnano a scuola, ogni segreto della nostra religione te lo racconta l’imam, ma tu devi aprire la mente, gli occhi, i pensieri. Questo regalo ti aiuterà a farlo. –

Ricordo che fino a quando mio nonno era vivo, solo in quella occasione dimostrava affetto verso mio padre: si alzava dalla sua poltrona e lentamente gli si avvicinava. Senza pronunciare parola, semplicemente gli dava due leggere pacche su una spalla oppure anche a lui dava una carezza sulla testa scompigliandogli i capelli. Mio padre ricambiava alternando tre baci sulle guance.

Esco dalla camera dei miei genitori e affronto quella dei miei nonni, chiusa oramai da tanti anni. Solo mia madre e mio padre hanno potuto accedervi. Quando ero bambino alcune volte ero riuscito ad entrarci e mi ricordo un solo particolare: dei quadri appesi alle pareti.

Come in tutte le case arabe, anche nella nostra grande casa sono solo le piastrelle di colori diversi e che formano i giochi geometrici a decorare le pareti, unica eccezione in salotto: ci sono due quadri ma di carattere floreale.

Ricordo perfettamente di aver visto dei quadri in quella stanza come so che, da bambino, chiesi a mio nonno che cosa erano quei disegni e lui mi rispose: è quello che gli altri percepiscono e amano della nostra terra e che noi non siamo capaci a vedere.

Entro lentamente e ovviamente come prima cosa guardo attentamente la parete di fronte alla porta: ci sono appesi sei quadri non molto grandi ma ben incorniciati. Rimango quasi senza fiato quando mi accorgo che sono tutte riproduzioni degli acquarelli di Paul Klee, tutti ritraggono paesaggi tunisini. Dopo averli osservati attentamente mi volto per guardare la parete di fronte ai due grandi letti singoli: un’altra cornice con all’interno un altro acquarello.

È posto esattamente a metà della parete sia in altezza, sia in lunghezza. Probabilmente la posizione migliore per essere osservato stando sdraiato nel letto. Mi avvicino e lo riconosco: è la riproduzione del famoso acquarello “Davanti alle porte di Kairouan”.

Ecco cosa mio nonno ha guardato tutte le mattine della sua vita adulta appena sveglio: il quadro che ha sconvolto l’arte moderna, l’esempio silenzioso e rivoluzionario dell’antimodernismo nell’arte contemporanea.

Quell’uomo, di cui non ricordo la voce, ha educato e impostato i figli guardando ogni mattina ciò che la sua terra è capace di regalare agli occhi di chi sa vedere.

Di fatto lui ha obbligato a studiare i figli e ha ovviamente preteso che tutti i nipoti, maschi e femmine, andassero a scuola almeno sino ai diciotto anni. Il nonno ha sempre imposto il viaggio come condizione di crescita. Ai suoi due figli regalò, già negli anni sessanta, tre mesi di soggiorno in Europa quando ognuno di loro compì la maggiore età, oltre a insistere perché visitassero i diversi paesi arabi. A ogni nipote che nasceva donava i soldi necessari per affrontare gli studi nelle scuole private straniere. Un nonno ricco, certo, ma anche un uomo visionario, aperto, unico. Un uomo che, racchiudendo il suo mondo dentro le bianche mura che isolano la grande casa dal resto del mondo, dalle diverse pazzie collettive, da tutto ciò che è violenza, guerra, stupidità politica o religiosa… è riuscito a creare un micro mondo pieno di aperture mentali.

È grazie a lui e, forse, anche grazie a questi acquarelli in camera sua, se oggi io sono un uomo che ha studiato in Francia, che ha girato molti paesi, che si è laureato in agronomia e che oggi applica le tecnologie in un terreno difficile ma che può produrre l’impensabile. È grazie a lui se mio fratello Mohamed si è laureato in economia in Inghilterra e oggi vive in città con la sua famiglia e cura l’import export dei prodotti agricoli a livello internazionale. Certo, mio nonno era un uomo ricco, ma quanti ne ho conosciuti di arabi ricchi che invece di produrre ricchezza investono in armi o in politica per consolidare un loro potere fittizio di una vita apparente.

Prima di lasciare la camera del nonno guardo anche la sua libreria. Una magnifica collezione di scrittori arabi. Da quelli antichi sino a quelli degli anni ottanta. Credo non ne manchi nessuno in questi immensi scaffali. Faccio un rapido calcolo e stimo ce ne siano almeno quattromila. Ricordo all’improvviso che da ragazzo mi prestò alcuni romanzi scritti in arabo, libri di avventure, di eroi, di magie, di conquiste. Accanto al letto del nonno c’è una fotografia incorniciata, la sollevo per vederla meglio: è una vecchissima immagine aerea che ritrae la casa circondata dalle bianche mura; in cortile si riconoscono un uomo e una donna che salutano e otto tra ragazzini e bambini che guardano verso l’aereo. Ecco la famiglia di mio nonno, il motivo di esistere di questa casa, delle bianche mura che la circondano.

Penso che questa foto la farò riprodurre e ingrandire. La voglio appendere nel salone, è giusto che sia questa immagine a presiedere la casa.

Mi sposto sul comodino dell’altro grande letto singolo perché c’è un’altra fotografia appoggiata: è tutta la famiglia poco prima che i nonni morissero. I due anziani seduti al centro, accanto a mio nonno c’è mio padre con mia madre, io e mio fratello e dal lato di mia nonna c’è la moglie di mio zio morto con i suoi tre figli maschi. Dietro a noi seduti, riconosco le mie sei zie in piedi con i relativi mariti e tutte le mie cugine; sparsi davanti, intorno, ovunque… ci sono una miriade di bambini e ragazzini seduti per terra.

Di tutte questi bambini, ragazzi, adulti, anziani, nessuno vive più qui. Tutti sono andati in città, i più giovani sono a studiare all’estero e qualcuno a deciso di rimanerci.

Esco dalla stanza dei miei nonni sentendomi ancora più solo in questa enorme casa.

Le camere dedicate alle donne, alle ragazze, alle bambine, quasi le ignoro; apro quelle porte per vedere come sono, ma nulla attira la mia attenzione. Il mondo femminile non mi ha mai affascinato o incuriosito, decido che le farò svuotare o riadattare come stanze per eventuali ospiti; una, la più grande, la userò come ufficio e salotto privato.

Non mi rimane che la camera di mio fratello, quella che da bambini e da ragazzi abbiamo condiviso e che poi adattò per ospitare e condividerla con la moglie.

Questa stanza è davvero molto grande e Mohamed l’ha sempre ritenuta sua, ne disponeva come voleva.

So che, entrando in questa stanza, decido volutamente anche di rivivere il ricordo più forte della mia vita in questa casa, il fatto che ha determinato la mia esistenza. Avrò avuto 15 anni quando Mohamed, approfittando dell’assenza per un giorno dei nostri genitori e di tutte le donne, portò a casa una ragazza. Entrò in camera trascinandola dentro. “Guardala com’è bella e fino a stasera è solo per noi due.”

Lui si tolse immediatamente i vestiti ordinando anche a lei di fare altrettanto. Poi mi guardò e disse: “Forza dai… vuoi fartela prima tu? E dai… togliti quei pantaloni!”

Ubbidii come avevo sempre fatto. Lui guardò il mio pene e sorrise soddisfatto: “Accidenti si vede che sei di questa famiglia”.

Poi disse alla ragazza nuda di sdraiarsi, mi prese per un braccio e mi avvicinò a lei. Si sputò sul palmo della mano e lo strofinò, intriso della sua saliva, sul mio pene. Mi spinse sul letto sopra di lei, mi prese il membro duro all’inverosimile e lo diresse verso la vagina. Mi sentii il fuoco in testa, quell’entrare nello sconosciuto femminile mi provocò uno stato mentale mai vissuto: ero diventato grande. Iniziai a leccare i seni della ragazza mentre con il basso ventre mi muovevo a un ritmo lento. Poco dopo sentii la mano di mio fratello sul sedere che m’incitava e così accelerai il ritmo e la forza dei colpi. Quella mano che mi dava il ritmo e mi costringeva a penetrare in profondità mi obbligò a un orgasmo quasi immediato, silenzioso e poco soddisfacente… quasi non me ne accorsi. Il mio pene rimase duro e così continuai a cavalcare. Dopo qualche minuto sentii nuovamente ogni sensazione esasperata, percepivo ogni contatto in modo esaltante, iniziai a fare dei movimenti talmente ampi che quasi uscivo ogni volta… finché venni con tutta la potenza e l’esplosione che la situazione mi aveva provocato. Quando lo tirai fuori me lo guardai: era ancora durissimo ma talmente sensibile che non osai neppure toccarlo. Corsi in bagno a lavarmi immediatamente.

Quando tornai in camera vidi mio fratello sul letto che aveva sollevato le gambe della ragazza, le aveva poste sulle sue spalle, mi attendeva, era evidente! – Guarda come si fa. – Con un colpo deciso infilò il suo membro e la ragazza ebbe un’espressione di sofferenza ma nessun gemito. – Vieni a vedere, dai vieni. – E fu così che mi eccitai nuovamente. Quando Mohamed se ne accorse mi disse di darmi da fare… io, non sapendo cosa fare, gli rimasi accanto. Allora lui prese in mano il mio pene e mi obbligò a spostarmi verso il viso della ragazza. A quel punto iniziò a menarmelo talmente velocemente che ebbi un orgasmo infinito: continuava a dimenarlo e scuoterlo incurante del mio pregarlo di smettere. Con un colpo deciso mi tolsi dalla sua presa e ritornai in bagno a lavarmi. Rimasi comunque eccitato e rientrato in camera aspettavo nuove iniziative da mio fratello il quale venne fragorosamente continuando a infilarlo con forza esagerata. Anche lui corse in bagno a lavarsi e mentre si asciugava disse: – Adesso lasciamola riposare un po’, vedrai che dopo sarà ancora più divertente. –

Rimanemmo tutti e tre nudi in camera a guardarci, a dire sciocchezze e a dare altri soldi alla ragazza perché facesse ciò che non avevo capito. La situazione di essere nudo in casa, in camera con una ragazza anch’essa nuda e mio fratello sfacciatamente sicuro nella sua fisicità maschile, mi eccitava all’inverosimile, soprattutto quando mi accorgevo che uno dei due mi osservava, che soffermava il suo sguardo su di me. Mohamed decise che si poteva rincominciare e così fece sedere la ragazza sul letto e io e lui ci ponemmo davanti a lei che, con le sue piccole mani, iniziò a toccare, accarezzare e poi a leccare i nostri membri sempre più turgidi. Poco dopo prese il mio in bocca, mi sentii svenire. Poi fece lo stesso con quello di mio fratello. Anche lui soffocò un gemito. Quando riprese il mio, Mohamed mise la sua mano sul mio sedere e mi incitò a muovermi per affondare il pene fin non so dove dentro quella bocca. Quella mano che mi toccava le natiche, le stringeva, le spostava con forza, era per me la sensazione più intensa di tutta la situazione. Quasi improvvisamente mio fratello si spostò, si mise dietro di me, sentivo il suo pene umido appiccicato al mio sedere, poi iniziò a muoverlo con la mano su e giù sino a quando lo sentii quasi penetrarmi… non capivo cosa stesse succedendo. Capii solo che stavo venendo tra brividi e pulsazioni del cuore violentissimi.

– Lo sapevo che saresti venuto subito. Tutti gli uomini se gli tocchi il culo vengono immediatamente. È per questo che è vietato. – Scoppiò una risata tra l’isterico e l’imbarazzo. Nel frattempo si mise lui davanti alla ragazza e iniziò a gemere per il trattamento che gli era riservato. Dopo alcuni minuti intuii che chiedeva il mio intervento e così mi misi dietro di lui facendo scivolare il mio pene tra le sue natiche. Con le mani cercai di muoverlo in modo da tentare di trovare il buco e soffermarlo li. Quando iniziai a spingere lui disse: – Non esagerare… non è permesso. – Così continuai a tenerlo al limite, ma sempre un po’ dentro, almeno così mi sembrò. Quando, con un mio movimento più forte che coincise con il suo ritrarsi dalla bocca di lei, ebbi la certezza di averlo penetrato, io venni immediatamente con un dolore sconosciuto al quale si sovrappose l’ansimare frenetico di Mohamed, i suoi grugniti, infine il suo quasi urlare.

Da quella sera tutto cambiò. Mohamed mi trattò da grande, da suo amico, ma mai più parlammo di quel pomeriggio.

Imparai la norma di vita che le cose si fanno ma non si raccontano.

E io per giorni e mesi ripensai a quelle ore, alle situazioni, a quei corpi e al mio pene in azione. Mi resi conto che era la fisicità di mio fratello ad essere presente in tutti i miei sogni, della ragazza non ricordavo quasi nulla. Capii che era il corpo maschile ad attrarmi. Devo ringraziare mio fratello per avermelo reso palese, senza possibilità di perplessità. Anche Mohamed lo capì e infatti, appena compii i miei diciotto anni, fece in modo di farmi andare a Parigi, dicendo a mio padre che io meritavo di continuare gli studi in una università europea. Lui oramai si stava laureando ed era evidente che la sua attività principale era quella di cercare moglie.

Poi Mohamed si sposò e iniziò a fare figli.

Quando, dopo cinque anni, tornai a casa definitivamente lui ne approfittò per abbandonare i due vecchi oramai troppo stanchi e trasferirsi in città con la sua famiglia oramai numerosa.

Nei giorni antecedenti il suo trasloco mi chiese se mi volevo sposare. Gli risposi semplicemente: – No, qui non mi è possibile. – Lui capì perfettamente cosa sottintendevo e mi rispose: – Oramai sei un uomo. Sai badare a te stesso. Ti lascio la gestione di tutto. Il tuo compito è rinnovare tutto il sistema. Io in città ti aiuto a organizzare l’export dell’intera produzione agricola. Fai un buon lavoro. Penso che mi darò anche alla politica. Nessuno in famiglia l’ha mai fatto. Appena sistemato in città sentirò tutti i nostri cugini e nipoti per capire se qualcuno vuole venire ad abitare in questa casa con te e i due vecchi. Ma non credo. Nessuno vuole più vivere lontano dalle città. –

Nell’arco di un mese m’innamorai di Walid, l’uomo che si occupava dell’organizzazione dei braccianti e di tutti i dipendenti. Un tipo sveglio. Bello. Troppo vecchio per essere ancora non sposato. È bastato un incontro di chiarimento sul progetto che intendevo sviluppare perché lui mi guardasse con occhi interessati, curiosi; le sue domande furono pertinenti e sempre più dedicate alla mia situazione personale… capii che era interessato non solo ai progetti agricoli ma a me. Il resto fu semplice, quasi esageratamente semplice nella costruzione di un amore.

Dopo due anni che ci frequentavamo, gli chiesi di venire ad abitare nella grande casa; lui rifiutò per rispetto verso i miei genitori anziani.

I nostri momenti felici sono sempre stati vissuti nei weekend. Si prende la macchina e si va al mare, in un albergo che mio padre acquistò molti anni fa e che è diventato il nostro rifugio protetto. Penso che anche con la morte dei miei genitori continueremo tutti i venerdì a dirigerci verso le spiagge e il nostro albergo.

Questa sera, che sono per la prima volta tutto solo nella grande casa, ho invitato Walid a cena.

Ho detto alle due donne che si occupano delle pulizie e della preparazione del cibo che da domani avranno un nuovo orario di lavoro: dalle nove alle tredici e dalle diciassette alle venti, ovviamente il salario non cambierà. Già da stasera, appena finito di preparare la cena, potranno andare a casa; non è necessario che servano i pasti, l’importante e che cucinino… al resto ci penserò sempre io.

Sono oramai giunte le 9 di sera, sono solo a casa e continuo a guardare dalla finestra se vedo arrivare Walid.

Ho apparecchiato io il tavolo, ho già aperto la bottiglia di vino che so che a lui piace; per l’occasione ho raccolto un po’ di menta e l’ho messa in un vasetto con dell’acqua; la fragranza leggera e fresca si è diffusa in tutto l’ambiente.

Suona il citofono del portoncino che interrompe le bianche mura. Senza rispondere, apro. Lo vedo camminare lentamente. Mi ha visto e con la mano mi saluta. Velocemente vado all’ingresso di casa. Ci scambiamo i tre baci sulle guance. Appena entrato chiudo la porta e lo abbraccio da dietro. Walid si gira, mi abbraccia e cerca la mia bocca. Mi sfilo: – Prima ti devo dare una cosa. Vieni… dai vieni… che ti ho fatto una sorpresa. –

Ci avviciniamo alla tavola e accanto al suo piatto ho preparato una piccola scatola di velluto. Lui la prende, la apre lentamente e guarda attentamente il contenuto. Non dice nulla, continua a fissare la mia sorpresa. Poi con un dito la accarezza. Il silenzio mi preoccupa. Lo guardo in viso e scopro che ha gli occhi lucidi. Anche lui solleva lo sguardo e mi fissa dentro gli occhi: – Non puoi scherzare su questo. Sei sicuro? Davvero ne sei sicuro? –

– Non sto scherzando Walid. Io ti amo. L’unico modo per fartelo capire ed essere sicuro che tu ci creda… è darti queste chiavi. –

Solo dopo le mie parole solleva dalla scatola di velluto il portachiavi con appese le tre chiavi: quella del cancello per le auto, quella del portoncino per entrare dalle bianche mura, la terza è quella della porta di ingresso della grande casa.

Poi guarda il portachiavi in acciaio satinato con inciso “La mia grande casa. Walid”.

Decido che è meglio dire qualcosa: – Le ho fatte preparare già due mesi fa… Da una parte speravo che questo momento fosse il più lontano possibile, io ho amato molto i miei genitori e non avrei mai voluto separarmene, ma dentro di me non vedevo l’ora che arrivasse questa sera, questa situazione. –

Lui mi prende una mano e singhiozzando mi dice: – Tutte le sere che eravamo separati e io ero da solo nella mia camera, anche io ho sognato che tu mi facessi questo regalo. Io avrò cura di te, non ti lascerò mai andare da solo fuori da questa casa, io ti curerò se ne avrai bisogno, io voglio diventare vecchio standoti accanto. –

I suoi occhi lucidi tradiscono una emozione che non gli ho mai visto. Dopo qualche secondo di silenzio e qualche sorriso, prosegue: – Ma tu non tradirmi, ti prego, non tradirmi mai. Sai che io muoio se tu guardi un altro uomo. Io voglio morire come hanno fatto i tuoi genitori. Voglio morire insieme a te, ma dopo averti vissuto accanto ogni giorno, sino a diventare due vecchi che chiudono insieme gli occhi tenendosi per mano. –

Mi accorgo che le mie lacrime stanno silenziosamente scendendo lungo le guance. Lui mi guarda, sorride e con un filo di voce mi sussurra: – Sei bellissimo. –

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