Storia di figli che abbandonano i genitori arabi

Leggi anche il libro: “Io sono Rohita – Lo tsunami in una vita” di Gianfranco Maccaferri

Racconti brevi di Gianfranco Maccaferri

Sono stanco per tutti i pensieri tristi di questi ultimi due giorni, ma sono felice perché questa sera mio fratello Abel mi ha raggiunto a Parigi dall’Italia e starà qui con me ad abitare.

Lo proteggerò, farò in modo che viva sereno i suoi innamoramenti, i suoi amori!

Farò in modo che tutti quei lividi, quelle macchie blu e verdi che ha sul corpo svaniscano… come la sua paura.

Anche il suo corpo non deve portare nessun segno delle strisciate rosse che gli attraversano la schiena e le gambe… tutto deve sparire! Gliel’ho promesso.

Passerò l’intera serata a ungergli il corpo con un balsamo rinfrescante e disinfettante.

Anche lui è fuggito dai nostri genitori, sapevo che sarebbe successo.

Mia madre e mio padre resteranno abbandonati dagli amati figli per il resto della loro vita. Invecchieranno nella solitudine della loro morale, delle loro convinzioni, delle loro scelte.

Sono stati dei genitori magnifici, ci hanno fatto vivere un’infanzia bellissima, ci hanno amati, coccolati, difesi con tutte le loro forze e le loro possibilità. Ci hanno fatto studiare e giocare come tutti gli altri bambini italiani, io li vedevo orgogliosi di vederci condividere le nostre giornate con gli altri bambini del quartiere. Solo nelle feste religiose ci chiedevano di rispettare le usanze marocchine e pretendevano da noi la partecipazione a tutti i riti che la comunità musulmana perpetrava con grande fierezza e dignità. Io e mio fratello eravamo contenti di vivere quei momenti di solidarietà e condivisione della comunità di cui i nostri genitori erano tra i più ferventi sostenitori. Per tutta la vita hanno fatto in modo di tenere unita la comunità marocchina organizzando le feste tradizionali, aiutando quelli che volevano tentare di avviare un’attività in proprio, cercando di trovare un lavoro ai ragazzi che arrivavano dalla loro terra natia.

Erano arrivati insieme in Italia appena sposati, mio padre da alcuni anni viveva già in Italia dove aveva un lavoro e una casa ma era tornato in Marocco per sposare la ragazza dei suoi sogni.

Una volta all’anno facevamo le ferie in Marocco, nella casa di famiglia di mio padre. Ogni volta era un’emozione ritrovare quel sole, quel mare, quei costumi, quelle tradizioni.

Io e mio fratello vivevamo serenamente l’essere così riccamente diversi dagli altri bambini italiani. E nel quotidiano delle nostre giornate eravamo davvero uguali a tutti gli altri: la scuola, la biblioteca, lo sport, i giochi per strada o a casa di qualcuno, il condividere piccoli segreti, le amicizie esclusive e il gruppo chiassoso del quartiere. I nostri argomenti, i nostri vestiti, il nostro linguaggio, erano gli stessi.

Quando iniziammo le scuole superiori i nostri genitori acconsentirono al rinnovo di pantaloni, maglie, giubbotti, zaini… tutto adeguato all’adolescenza che vivevamo. A scuola il nostro essere simpatici e amichevoli con tutti ci permise di vivere le amicizie serenamente e così anche le prime serate tra pizzerie, pub e discoteche.

Difficilmente in casa parlavamo ai nostri genitori di quello che avveniva in quelle serate ma loro silenziosamente ci dimostravano di essere contenti del nostro essere felici. O forse sapevano che era inevitabile quello che ci succedeva e quindi non ostacolavano il nostro vivere adolescenziale in Italia.

Tra gli amici avevamo anche qualche altro ragazzo marocchino di seconda generazione, invece con i ragazzi che erano giunti in Italia già grandi non riuscivamo a condividere quasi nulla: erano diversi come mentalità, nello stare insieme, nel divertirsi, volevano cose diverse dalle nostre.

Sia io che mio fratello sognavamo di innamorarci, di vivere una storia d’amore vera, sincera, di trovare un lavoro che ci piacesse, volevamo viaggiare per il mondo, vivere intensamente la nostra vita esattamente come tutti gli altri ragazzi.

Sapevamo che mio padre e mia madre confabulavano tra loro e con altri genitori marocchini a proposito di fidanzamenti futuri e possibili matrimoni dei loro figli, ma noi consideravamo quei pensieri come qualcosa di lontano, fuori dal mondo, cose da vecchi.

Questo sino al giorno in cui mia madre trovò dei preservativi nelle tasche dei pantaloni mie e di mio fratello. In realtà li portavamo sempre con noi perché sapevamo che non era possibile un rapporto sessuale senza protezione, nessuno aveva intenzione di vivere il rischio di una gravidanza, non avevamo l’età e il nostro futuro prevedeva molto altro.

Io mi ero innamorato di una ragazza molto bella, simpatica, sempre sorridente. Lei aveva dei pensieri che mi affascinavano e i suoi discorsi erano seri sul nostro amore. Tutti i venerdì sera e anche i sabati riuscivamo a trovare del tempo solo per noi due e una stanza in casa di qualche amico ci permetteva di vivere serenamente il nostro amore.

Mio fratello Abdel era diverso da me, come è normale che sia, non potevamo certo essere uguali in tutto! Sapevo che lui era attratto dal mondo maschile e una notte, con grande paura della mia reazione, mi aveva detto che probabilmente era gay, ma che non ne era certo al cento per cento. Io avevo già capito tutto da tempo perché nessuna ragazza lo attraeva mentre vedevo che per alcuni ragazzi perdeva completamente la testa.

Nella nostra scuola c’erano altri ragazzi gay, non lo sbandieravano ma neppure si nascondevano, erano capaci di farsi rispettare, simpatici al punto che le serate più divertenti erano sempre quelle dove anche loro partecipavano. Mio fratello a scuola era sempre molto riservato, diverse volte lo avevo visto bloccare sul nascere alcuni atteggiamenti di bullismo di alcuni ragazzi, altre si era schierato apertamente nel chiedere agli insegnanti di intervenire per difendere le vittime.

Anche Abdel non si faceva grossi problemi ad appartarsi con qualche ragazzo nelle nostre uscite serali, ma avevo notato che, se all’inizio faceva in modo che io non lo notassi, ultimamente sembrava chiedesse quasi la mia approvazione. Vedevo che anche lui cercava l’innamoramento, ma capivo che invece tutto probabilmente si risolveva solo con il sesso. Iniziò a parlarmene e io ad ascoltarlo. Gli dicevo che doveva trovare il ragazzo che lo meritava, che sicuramente sarebbe successo, di avere pazienza.

Io gli ho sempre voluto talmente tanto bene che non potevo non accettarlo per quello che era.

Ovviamente non ho mai raccontato nulla della mia ragazza ai nostri genitori come Abdel ha sempre tenuto totalmente nascosto il suo essere attratto dai maschi.

Fino al giorno che mia madre scoprì che tenevamo i preservativi nelle tasche dei pantaloni.

Mio padre a cena iniziò un discorso assurdo sul fatto che potevamo divertirci come volevamo, ma sicuramente la nostra strada di uomini marocchini era quella di sposarci con una ragazza marocchina.

Io, che in quel periodo ero totalmente innamorato della mia ragazza, gli risposi che quelli erano solo dei loro sogni, che io per sposarmi dovevo essere innamorato e amare la futura sposa. Nella foga rivelai che uscivo seriamente con una mia compagna di scuola, che ci amavamo, che mai l’avrei lasciata.

Mio fratello Abdel, nel silenzio che seguì, disse solamente: “Ecco… ci siamo”.

Mia madre iniziò a piangere. Mio padre disse cose fuori dal mondo, del tipo: voi siete marocchini e vivrete da marocchini, le ragazze italiane non sono delle brave ragazze per un uomo marocchino, noi abbiamo sempre fatto il meglio che potevamo per voi e adesso voi ci ricompensate in questo modo…

L’ultima frase a me rivolta fu: “Tu ti sposerai una donna marocchina! Da oggi ti vieto di uscire con quella ragazza italiana! Con quelle puoi finirci a letto quando vuoi, ma non pensare di costruirci una vita.”

Guardai negli occhi mio fratello, era terrorizzato! Provai pena per lui.

Capimmo entrambi che il nostro idillio familiare era finito in quel momento. Decidemmo di non affrontare più l’argomento e di continuare a fare le nostre cose sino alla maturità, poi qualcosa sarebbe successo. Anche i miei genitori non parlarono più della questione e lentamente tutto tornò normale.

Finite le scuole la mia ragazza si era iscritta all’università e io invece lavoravo come perito in una fabbrica. Il nostro amore si consolidava e io iniziavo a frequentare casa sua e la sua famiglia. Dopo un anno, quando anche mio fratello prese la maturità, i genitori della mia ragazza invitarono me e Abdel a festeggiare insieme la pasquetta in un ristorante un po’ fuori città. Fu una giornata molto divertente e piena di discussioni molto interessanti. Io sapevo che i genitori di lei non avevano alcun problema nei miei confronti e, a parte in una fase iniziale, non ostacolavano mai il nostro amore. Più mi conoscevano e più si liberavano da preconcetti e luoghi comuni.

Alla sera, rientrati a casa, successe quello che mai avrei voluto che accadesse.

Un cameriere del ristorante dove eravamo stati a pranzo era un marocchino che io non avevo mai visto, ma lui sapeva chi eravamo e così si era preso la briga di telefonare a mio padre per raccontare il felice pranzo di famiglia che si stava svolgendo.

Mio padre ci aspettava stravolto. Appena entrati in casa ci diede uno schiaffo per ciascuno. Senza proferire parola prese la cinghia dei pantaloni e iniziò a picchiarci. Ovviamente io e mio fratello non ci rivoltammo, ci proteggevamo fisicamente a vicenda. Dopo diverse cinghiate si fermò e disse rivolto a me: “Tu, vieni qui di fronte a me. Ti avevo chiesto di non avere storie d’amore con ragazze italiane. Tu mi hai disobbedito. Ti sei fidanzato ufficialmente con una ragazza senza neppure dircelo. Ma come hai fatto a prometterti in matrimonio con una ragazza italiana? Senza neppure farci conoscere i genitori! Ma che famiglia è che permette tutto questo di nascosto dai tuoi genitori? Io e tua madre non li vogliamo neppure conoscere. Non sono persone oneste. Adesso basta. Decidi: se vuoi rimanere in questa casa sai cosa devi fare… altrimenti te ne vai fuori e non tornare mai più!”

Io e mio fratello ci rifugiammo in camera senza rispondere, non sapevamo davvero cosa dire. Telefonai alla mia ragazza, le spiegai la situazione. Le dissi che volevo scappare via. Che me ne andavo. Che le avrei fatto sapere dove ero appena sistemato.

Mio fratello tremava. Aveva delle convulsioni che non riusciva a controllare. Mi sdraiai accanto a lui nel suo letto e lo strinsi forte. Senza dircelo, entrambi avevamo capito cosa sarebbe successo anche a lui prossimamente! Pensammo ad un piano per la mia fuga. Lui non era pronto a lasciare la casa, gli amici, la sua vita.

Il mattino seguente andai al lavoro e mi licenziai. I soldi che avrei dovuto prendere mi sarebbero stati versati sul mio conto bancario. Telefonai ad un mio vecchio amico di quartiere, un ragazzo marocchino che si era trasferito a Parigi a fare il lavapiatti. Fu felicissimo di sentirmi e diede immediatamente la disponibilità ad ospitarmi. Su internet comprai il biglietto per il viaggio del giorno dopo.

A cena, nel silenzio di tutti, guardai per l’ultima volta il viso di mio padre che aveva un’espressione di confusione e il volto triste della mia bellissima madre. Mi accorsi che spesso, quasi di nascosto, lei mi rivolgeva lo sguardo con gli occhi lucidi. Ma io non volevo salutarli, non lo meritavano.

Così la notte preparai senza fare rumore due valigie con dentro tutta la mia roba. Al mattino, dopo che mio padre uscì per andare al lavoro e quando anche mia madre uscì per fare la spesa, accompagnato da mio fratello andai alla stazione. “Tu cerca di non fare cazzate. Appena mi sono sistemato con il lavoro, affitto un piccolo alloggio dove anche tu potrai venire… Qualsiasi cosa succeda, chiamami e scappa da quella casa.”

“Non voglio che tu vada via… io da solo ho paura.” Ci baciammo e ci stringemmo l’uno all’altro, entrambi con dei lacrimoni che da anni non vedevamo sul volto dell’altro. Rassicurai Abdel: “Appena arrivo in Francia compro una scheda per internet così possiamo vederci e parlarci sempre. Non ti preoccupare. Io per te ci sarò sempre. A dopo…”

Con mio fratello ci siamo sentiti tutte le sere di tutti i giorni. Mi ha raccontato dello smarrimento dei miei genitori, del loro non capire, dell’impossibilità di giungere a dei compromessi, della loro convinzione di essere nel giusto. E del loro porsi in attesa di un mio ritorno alle loro condizioni.

La mia fidanzata non riuscì mai a capire fino in fondo il mio gesto, il mio partire, il mio andare così lontano. La sentivo, giorno dopo giorno, lentamente costruirsi la vita senza la mia presenza. Passati alcuni mesi siamo diventati solo amici di Facebook.

A Parigi iniziai a cercare un’occupazione dignitosa, senza fretta, e in un mese trovai una ditta che mi assunse per fare il lavoro che ero capace a fare. Per prima cosa presi un alloggio vicino alla fabbrica che per fortuna era in periferia e così l’affitto della casa era proporzionato al mio stipendio. Io non ho impiegato molto tempo a trovare nuovi amici, nuove situazioni per divertirmi e col tempo anche nuove ragazze.

È trascorso solo un anno e mi sembra davvero molto lontana la mia vita in Italia, in famiglia, con i miei genitori. Ma ho sempre percepito troppo lontano da me il mio amato fratello. La sua amicizia, il suo affetto, la sua sincerità, il nostro stare bene insieme mi è sempre mancato molto e mai l’ho nascosto nelle nostre lunghe conversazioni serali. E questa sera mi ha raggiunto. Sono andato a prenderlo in stazione.

Il suo sorriso è stata la cosa più triste che ho visto in questo anno passato lontano da casa. Due notti fa mi ha telefonato dicendo che la sera era stato picchiato, quasi ucciso da nostro padre. Poi per due ore ha pianto assieme a me al telefono, ha davvero avuto paura di morire, ne è stato certo.

Questa volta è stato il buttafuori di una discoteca, amico di nostro padre, che ha raccontato tutto di mio fratello.

Abdel è scappato di casa al mattino, portandosi solo una borsa. È andato alla stazione ed è partito. Adesso è qui a casa mia con il volto pieno di lividi.

Lo guardo attentamente mentre si sta spogliando per fare la doccia. Immagino quello che mi aspetta di vedere ma la follia umana, quella di nostro padre, è andata davvero oltre ciò che sapevo di dover guardare: tutto il corpo è tra il verde e il viola. I segni delle cinghiate sono evidenti con delle strisciate rosse che gli attraversano la schiena e le gambe.

Non posso che piangere. Non posso che maledire l’uomo che gli ha fatto tutto quel male. Sapevo che sarebbe successo, ma non così, non questa assurdità verso un figlio così tanto amato. E mia madre dov’era quando il suo uomo quasi uccideva il suo unico cucciolo rimasto?

Avrei dovuto farlo venire qui a Parigi prima che tutto ciò accadesse. Perché ho atteso lo scempio?

Abdel capisce tutto e nudo, senza vergogne, con calma mi dice: “E’ tutto finito vero? Io non ho più un padre e una madre! Giurami che non li rivedremo mai più!”

“Te lo giuro… mai più li rivedremo!”

Non conosco altre parole… ma solo la pietà di ungergli il corpo con un balsamo disinfettante e rinfrescante, mescolato alle mie lacrime.

I racconti brevi sono nati come stimolo di scrittura dall’incoraggiamento dell’amico Ennio e, in molti casi, sono stati pubblicati sul sito del quotidiano di opinione e cultura: gaiaitalia.com

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