L’amicizia amorosa in un orfanotrofio speciale

racconti brevi di Gianfranco Maccaferri

È probabile che qualcuno non ci creda, ma l’orfanotrofio dove io lavoro è molto bello, ha gli spazi giusti per ogni esigenza di crescita, tutto è in funzione del vivere in comune e del rispetto per ogni singola vita. La struttura ha sempre i soldi per tutto ciò che necessita, anche nei periodi di crisi sono sempre arrivati i finanziamenti necessari perché i nostri ospiti vivessero al meglio e non gli mancasse nulla. Il personale è selezionato attentamente e il tempo ha sempre dimostrato che le persone scelte sono davvero delle brave persone. L’orfanotrofio è un “fiore all’occhiello” dell’intera popolazione, tutti ne sono orgogliosi e, attraverso le tasse o con dei lasciti, tutti contribuiscono al buon funzionamento della struttura. Da tutto il mondo vengono a vedere il nostro complesso, a studiare le nostre pratiche di accoglienza e di sostegno alla crescita dei nostri giovani ospiti.

Dopo aver finito l’allattamento dei neonati e i normali pasti per quelli più grandi, ogni pomeriggio tutti sono accompagnati fuori dalla struttura perché possano vivere liberamente e serenamente. Nessuno si deve sentire chiuso, escluso o lontano dal mondo che lo circonda. Questo è fondamentale per una futura integrazione.

Io sono orgoglioso di essere un ragazzo che dedica la propria vita a chi è stato abbandonato dalla propria madre, a chi l’ha vista morire, a chi ha bisogno di aiuto perché non ha nessuno che lo protegge o che gli insegna a diventare adulto.

Io sono un ragazzo fortunato a vivere questa esperienza e i miei amici invidiano molto il mio lavoro e sono felici per me. L’allattamento artificiale è il mio compito principale, la mia responsabilità. Organizzare l’allattamento più volte al giorno, controllare la quantità di latte che viene ingerito, verificare la crescita, insistere con i piccoli che non vogliono mangiare, calmare e distrarre quelli che pretendono di stare attaccati al biberon all’infinito e poi stanno male… fare questo lavoro mi impegna sino allo sfinimento e a fine giornata non vedo l’ora che arrivi il mio collega a sostituirmi.

Fortunatamente, oltre ai dipendenti molto professionali, ci sono anche dei volontari: sono ragazzi che stanno facendo esperienza, sperando di venire selezionati per essere assunti a lavorare all’orfanotrofio.

L’organizzazione che gestisce la struttura è molto ricca, quindi gli stipendi sono davvero alti e così nessuno si lamenta ne degli orari ne della fatica.

Ai dipendenti è richiesta la conoscenza dell’inglese in modo da rispondere correttamente e senza intermediari a chiunque arrivi per visitare l’orfanotrofio. La politica delle “porte aperte” e del non nascondere nulla ha permesso di essere conosciuti in tutto il mondo, tanto che intorno alla struttura si è formato un villaggio con qualche piccolo albergo, dei ristoranti e alcuni negozi. Siamo diventati un piccolo centro turistico. Si è anche pensato di creare dei souvenir e adesso ci sono persone che lavorano esclusivamente per produrli. È straordinario come da un orfanotrofio si sia potuto creare occupazione e business. L’oggetto più richiesto è ovviamente la riproduzione della T-Shirt dello staff, ma per riconoscere chi davvero lavora all’orfanotrofio occorre guardare lo stemma riprodotto: sulle maglie in vendita c’è stampata la bandiera nazionale, su quelle dello staff invece c’è il simbolo dello stato. Io sono orgoglioso di indossare questa divisa, anche se mi è impedito di usarla al di fuori della struttura e dell’orario di lavoro. Questa è stata una scelta giusta, che condivido, perché nella vita privata ognuno è libero di fare e di essere ciò che vuole e nessuno deve identificare il comportamento del singolo e della sua quotidianità extralavorativa con la moralità e la serietà dell’orfanotrofio.

La mia vita è semplice, non ho una famiglia o dei figli da mantenere, la mia giornata è regolamentata dagli orari di lavoro. Vivere per i meno fortunati, per quelli che da piccoli sono stati abbandonati, per quelli che hanno visto i propri genitori morire, dedicare le mie energie e i miei pensieri a questi piccoli lasciati soli, mi ha impedito di procreare, di vedere in un figlio qualcosa oltre il mio egoismo di riprodurmi. La solidarietà del mio miglior amico per questa scelta mi ha permesso di vivere felice accanto alla sua famiglia, contribuire alla crescita dei suoi figli che mi considerano uno di casa al quale voler naturalmente bene.

Sono circondato da molto affetto e soprattutto dall’amore incondizionato del mio amico.

Il mio amico non mi ha mai abbandonato, neppure quando si è sposato, quando ha figliato, quando io l’ho tradito con un turista, quando è diventato ricco (è lui che ha avuto l’idea dei gadget e dei souvenir dell’orfanotrofio) e mentre progettava la nuova casa per la sua famiglia, ha pensato anche a me, dedicandomi una camera con bagno. La nostra camera.

Tutto quest’amore mi permette di essere sereno e di vivere il mio lavoro come un omaggio verso gli infelici, il dedicarmi agli orfani è la mia riconoscenza per tutte le belle situazioni che ogni giorno respiro.

All’orfanotrofio le ore passano tranquille, faticose ma piene di soddisfazione. Tutti i giorni sono uguali gli uni agli altri ed è un bene, significa che quello che si sta facendo è fatto bene. Vedere crescere chi hai allattato, cui sei stato vicino per controllarne ogni singola poppata, cui hai insegnato la convivenza, le regole di vita all’orfanotrofio, tutto questo è una soddisfazione commovente. A volte, finito il lavoro, mi siedo a guardarli questi orfani, a ricordare l’espressione intimorita e sgomenta di quando ognuno di loro è arrivato, ripensare al primo indizio di essere riconosciuto come riferimento affidabile, le prime esigenze di gioco condivise; tutto questo mi emoziona e, seduto su una sedia a guardarli, penso che la mia vita ha un senso proprio per averli aiutati a sopravvivere al loro dolore.

Se passate da Kegalle, fermatevi anche voi a visitare l’orfanotrofio di Pinnawela, scoprite gli oltre settanta cuccioli di elefante che vivono sereni e felici.

Mi vedrete con i miei enormi biberon allattare qualche cucciolo che pesa oltre un quintale.

Non dimenticatevi, quando siete al villaggio, di comprare la carta che trovate nei negozi: è fatta con gli escrementi degli elefanti orfani. È una carta bellissima per disegnare, scrivere, dipingere, quella più spessa e rigida può essere usata anche per costruire degli oggetti.

La fabbrica della carta, che è vicino all’orfanotrofio, occupa oltre quaranta dipendenti e lavora mediamente 7.000 chili di escrementi al giorno. D’altronde ogni elefante mangia circa 150/200 chili di foglie di palma o di altre piante e quindi fare la carta a fibra vegetale è facile.

Quando sono venuti degli stranieri a consegnare un premio internazionale per l’ecologia era presente anche il Presidente della Repubblica Socialista dello Sri Lanka e diversi ministri. Ricordo ancora la festa e come mi sono sentito orgoglioso per quel riconoscimento. Sembrava che festeggiassero me tanto ero eccitato. Quel giorno sono stato io ad accompagnare i cuccioli più piccoli sino al fiume, attraversando tutto il villaggio. Sono apparso anche sui giornali, in televisione, ancora oggi ci sono le foto che mi ritraggono appese in alcuni negozi e uffici. Per l’occasione mi ero messo il saron più bello che avevo: era bianco, disegnato a batik solo con il colore arancio. Non indossavo nient’altro, petto nudo e piedi scalzi, ma credo di essere stato bellissimo perché tutti mi guardavano e io, orgoglioso, avanzavo fingendo indifferenza. Per godermi la situazione, probabilmente ho peccato di protagonismo rallentando troppo l’andatura e i cuccioli che mi seguivano, ansiosi di raggiungere il fiume per farsi il bagno, hanno iniziato a spingermi con la testa e la proboscide facendomi correre e saltare per tutto il tragitto rimanente. Così mi sono tuffato in acqua insieme a loro, abbiamo giocato e li ho lavati con cura uno per uno, in fondo la festa era per loro, per i loro escrementi.

È molto interessante pensare all’elefante orfano come il principale azionista di un’attività commerciale! La sua cacca è diventata preziosa, dà lavoro a tantissimi giovani che vivono in questo territorio molto povero.

In altre zone dello Sri Lanka l’elefante è considerato pericoloso, cattivo con gli uomini. Non è vero! È solo che con le enormi coltivazioni di riso, le strade che attraversano le loro vie storiche e tutte le case costruite ovunque, l’elefante si arrabbia, non sa più dove andare, perde l’orientamento e non trova più da mangiare a sufficienza. Spesso gli elefanti vengono spaventati se si avvicinano toppo a dei villaggi così poi combinano qualche danno ai campi coltivati o attaccano degli uomini. Ma hanno ragione gli elefanti perché la loro saggezza, la loro memoria, il loro amore per tutti i componenti del branco dovrebbe essere rispettato, dovrebbe anzi essere di insegnamento per gli uomini.

Siamo noi che abbiamo contaminato il loro territorio non sapendo vivere di ciò che la natura offre.

L’elefante è un essere così prezioso che viene allevato e venerato in ogni tempio buddhista sufficientemente ricco per poterlo mantenere. I templi conservano le zanne di tutti gli elefanti che hanno vissuto tra i monaci, alcune di queste zanne sono davvero enormi e antiche di centinaia di anni.

Io sono felice quando le scuole portano in gita i ragazzi a vedere l’orfanotrofio. In quei momenti faccio in modo che i cuccioli familiarizzino con gli studenti, trasmettano la loro voglia di vivere, la loro calma riflessiva, il loro essere sereni e in pace con la natura, che in fondo è ciò che spesso manca ai giovani. Ma i ragazzi li considerano dei giocattoli o poco più, spesso i cuccioli suscitano curiosità, ma solo perché questi giovani uomini non vivono più nella natura.

Io e il mio amico siamo invece cresciuti in questo villaggio che è a ridosso della giungla, gli elefanti erano gli animali che condividevano con noi gli spazi di gioco e di esplorazione, come le tartarughe, i bufali, i leopardi, i cerbiatti, i coccodrilli, gli sciacalli, le scimmie… tutti rispettavano tutti e il nostro passatempo preferito era osservare come ogni animale sapeva perfettamente vivere nella natura sia come predatore, sia come preda. L’elefante era il mio preferito: credo di aver passato metà della mia adolescenza a scoprire tutto della sua quotidianità. Già all’epoca sognavo di poter vivere con gli elefanti e quando, finito le scuole, ho iniziato a fare il volontario all’orfanotrofio, ricordo che riuscivo a interpretare tutte le espressioni dei cuccioli di elefante e a capire immediatamente quali erano le loro esigenze in ogni momento. Essere poi stato assunto all’orfanotrofio degli elefanti è stata la soddisfazione più grande della mia vita.

In quel periodo avevo deciso di vivere all’interno della struttura, il mio entusiasmo era tale che non dedicavo neppure un minuto ad altro, neppure al mio amico. Così lui, lasciato solo e sentendosi abbandonato, ha deciso di sposarsi. È stato il giorno del suo matrimonio che ho capito il mio errore, ma oramai era troppo tardi. È stato uno dei giorni più tristi della mia vita. Ricordo di aver pianto, silenziosamente e in disparte, ogni volta che baciava la sposa, che le dava una carezza, che i loro sguardi esprimevano intimità.

Non potei far altro che rifugiarmi nel mio lavoro, tra i cuccioli che richiedevano tutte le mie attenzioni.

Ci vollero alcuni mesi perché il mio vivere esclusivamente dell’orfanotrofio si smorzasse come si calmasse per il mio amico il vivere la moglie come unico riferimento. Un giorno, casualmente, ci siamo ritrovati nella giungla: io ero andato per riflettere sulla mia vita privata oramai inesistente e lui per ritrovare se stesso avendo riscontrato per la moglie un innamoramento inventato. Lo vidi tutto solo seduto su una roccia che guardava i suoi piedi nudi. Lentamente lo raggiunsi, ci sorridemmo e iniziammo a parlarci, a raccontarci, a ritrovarci. Da quel giorno non ci siamo più lasciati. Ancora oggi abbiamo la necessità, già al mattino, di sapere l’uno dell’altro il pensiero, l’umore, gli impegni, le difficoltà. Poi a sera, quando il resto della famiglia si è ritirata nelle camere, il nostro confronto è sempre lunghissimo, attento ad ogni particolare, dedicato ad ogni aspetto che per l’altro ha un valore.

Io sono un “mahout” (custode) dei cuccioli di elefante. E sono questi piccoli, enormi orfani che mi hanno insegnato che ogni energia, ogni momento è da dedicare alla propria serenità e a chi necessita di attenzioni… perché questo “offrire” ci viene restituito abbondantemente.

Io sono un “mahout” felice.

Leggi anche il libro: “Io sono Rohita – Lo tsunami in una vita” di Gianfranco Maccaferri

I racconti brevi sono nati come stimolo di scrittura dall’incoraggiamento dell’amico Ennio e, in molti casi, sono stati pubblicati sul sito del quotidiano di opinione e cultura: gaiaitalia.com

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