Mio zio è uno schiavo

Racconto breve di Gianfranco Maccaferri

Il giovane Mashudu posa il telefono, mi guarda e dice: “Questa sera, caro Gianfranco, ho una storia da raccontarti, guarda che è vera, è la storia della mia famiglia e di mio zio che porta il mio stesso nome: Mashudu; devi sapere che questo mio zio è schiavo, davvero …però è una storia che non ha ancora un finale.”

Circa 40 anni fa, in un villaggio della foresta tropicale africana…

un mattino due bambini, tra loro cugini e della stessa età, si allontanarono di nascosto dall’abitato per tentare di seguire gli uomini del villaggio che erano andati a caccia.

Sul sentiero incontrarono un gruppo di uomini di una etnia diversa dalla loro.

Uno dei due cuginetti si spaventò per le raccomandazioni che tutti i giorni la sua mamma gli rivolgeva: “se incontri quella gente… scappa, corri via, torna subito al villaggio.”

L’altro cuginetto sembrava più affascinato dall’avventura di vedere e di ascoltare quegli uomini un poco diversi da quelli che aveva sempre visto nel suo villaggio.

I due bambini litigarono tra loro sul da farsi e così, mentre uno continuava ad avvicinarsi al gruppo di uomini, l’altro corse via veloce e tornato alle capanne raccontò alla mamma e alla zia quanto avvenuto.

Subito tutto il villaggio si riunì e tutti gli uomini disponibili partirono per cercare il bambino troppo curioso.

Per giorni lo cercarono anche molto lontano dal villaggio, chiedendo informazioni a tutti i passanti. Organizzarono una notte di preghiere rivolte alle forze della terra perché quel piccolo componente della comunità tornasse al villaggio.

Tutte le mattine i genitori del bambino sparito offrivano i necessari viveri a chiunque intraprendesse la ricerca e tutte le sere piangevano e si disperavano al ritorno degli uomini che avevano i volti tristi di chi non poteva dare speranze.

Dell’intrepido bambino non si seppe più nulla.

La mamma continuò sempre, tutti i giorni, a chiedere di lui ad ogni passante, ad ogni cacciatore, ad ogni ambulante… ma nulla.

È necessario sapere che in alcune zone dell’Africa, sino a pochi anni fa, tra alcune popolazioni esisteva lo schiavismo.

Praticamente se si trovava un bambino lo si prendeva all’interno del gruppo, gli si dava da mangiare e da bere e lo si faceva lavorare al servizio della nuova comunità. Questa era una prassi ordinaria in alcune etnie.

Ovviamente per il bambino niente scuola, niente capanna, niente affetto e da grande nessun fidanzamento e nessun matrimonio. Per tutta la vita il bambino, che crescendo diventava ragazzo e poi uomo, doveva lavorare gratuitamente per la nuova tribù.

Ancora oggi molti uomini adulti sono la testimonianza di questo schiavismo.

Questa “pratica”, che fa parte della cultura antica di molte zone dell’Africa, spiega in parte l’esistenza dei “bambini soldato” oggi tristemente agli onori delle cronache.

Circa dieci anni dopo la sparizione del bambino, una donna anziana passata per il villaggio e interpellata dalla mamma del piccolo scomparso, disse che un giovane uomo poteva assomigliare a quanto descritto, sopratutto perché schiavo. Questo ragazzo passava tutte le settimane in un sentiero abbastanza vicino al villaggio con un gruppo di uomini per andare a caccia.

La mamma decise di appostarsi sul sentiero indicato ed aspettare il passaggio del gruppo di uomini.

Dopo tre giorni vide un gruppo di cacciatori seguiti a breve distanza da un ragazzo e subito scrutò attentamente quel giovane uomo accodato.

Era lui. Ne era certa. Assomigliava a tutti gli uomini della sua famiglia e lei sentiva, a mano a mano che il ragazzo si avvicinava, un’attrazione naturale che mai aveva percepito prima.

Era lui.

Lo fermò. Non poté far altro che sorridergli e con le lacrime agli occhi gli chiese come si chiamava: Mashudu. Il nome del ragazzo era quello del suo bambino, ma il nome di famiglia non lo conosceva, non lo aveva mai avuto.

Allora alla donna venne naturale chiedergli di mostrarle la pancia.

Era sicuramente lui: la macchia che aveva sulla pelle era la stessa che aveva suo figlio da quando era nato.

Pianse dalla gioia e dal dolore di dieci anni di attesa, di ansia, di amore perduto.

Poi, cercando di spiegare velocemente tra i singhiozzi la storia della scomparsa, gli chiese di seguirla per tornare al suo villaggio, nella sua vera famiglia.

Il giovane uomo, confuso e intimorito, disse che non sapeva nulla, che non ricordava, che lui non poteva crederle ma che, anche se lei avesse avuto ragione, lui comunque apparteneva a quegli uomini laggiù e decise di raggiungerli di corsa perché si erano oramai distanziati. Neppure si voltò.

La donna felice per aver visto il figlio vivo e in salute, pianse tutti giorni per la triste vita senza futuro che quel giovane uomo doveva condurre.

Il suo giovane figlio era vivo, lo aveva visto, gli aveva parlato, ma era schiavo di uomini che non avrebbero mai dato un futuro a quel ragazzo.

La donna tutti i giorni ritornò su quel sentiero sperando di rivedere il figlio, aveva pensato cosa dire, cosa raccontare per convincerlo, spesso anche il padre l’accompagnava sperando di vedere anche lui il figlio diventato grande.

Ma il ragazzo non passò mai più da quel sentiero.

Negli anni successivi il villaggio si trasformò in un paese con strade e abitazioni più grandi, comode e più sicure. Il commercio prosperò e i genitori del bambino scomparso si arricchirono notevolmente con un’impresa di costruzioni e compravendita di case. Il dolore per la scomparsa del figlio si trasformò in dedizione imprenditoriale che assorbì tutto il tempo e tutte le energie che avevano.

In ricordo del figlio scomparso decisero però di aiutare il nipote negli studi così da farlo diventare geometra.

Per il nipote, oramai diventato uomo, l’occupazione fu ovviamente all’interno dell’impresa dello zio, ma era ben conscio che purtroppo lui stava solamente sostituendo la presenza del cugino scomparso.

Lui, al contrario del cugino schiavo, poté agevolmente sposarsi e fare quattro figli.

Decise che l’ultimo dei suoi figli si doveva chiamare Mashudu, come il cugino di cui si erano perse le tracce.

Pochi anni fa, il padre del bambino scomparso, oramai noto e ricco imprenditore, ha riconosciuto il figlio in un suo cantiere edile: il figlio oramai quarantenne lavorava per conto di una impresa.

Lo ha riconosciuto non casualmente, ma per istinto: anche lui, come la moglie, aveva preso l’abitudine di guardare attentamente tutti gli uomini dell’età del figlio scomparso. È così che ha notato questo uomo così simile a lui ma con vent’anni in meno. Scoprì che il nome corrispondeva ma che non esistevano altre notizie a riguardo in quanto lo stipendio veniva versato direttamente al capo cantiere che comandava tutti gli altri uomini.

Il padre decise di parlare con il figlio in modo appartato e discreto, approfittando di una visita tecnica sull’avanzamento dei lavori, in modo da non far insospettire nessuno. Il figlio subito dimostrò un atteggiamento infastidito, ma dopo molte insistenze s’interessò a quanto gli veniva raccontato: quell’anziano, che diceva di essere suo padre, gli stava svelando la possibilità di un mondo che lui aveva a volte sognato ma mai conosciuto.

La moglie, saputa la notizia, voleva a tutti i costi che il figlio andasse a casa per potergli parlare con calma.

Dopo giorni d’incontri fugaci ma insistenti che il padre attentamente pianificava, il figlio accettò di essere ospitato in famiglia. La madre organizzò tutto, in ogni minimo dettaglio perché questo avvenimento era la cosa più importante che la vita poteva ancora riservarle.

Lo accolsero in casa, gli diedero una stanza bellissima con la radio e la televisione, gli fecero da mangiare le cose più buone, gli raccontarono tutta la storia della famiglia.

Quando l’uomo vide il cugino si fece raccontare i dettagli di quella lontanissima mattina. Sembrava ricordasse cose che per decine di anni aveva dimenticato e appariva felice di trovarsi lì, con la sua vera famiglia.

La madre alla sera piangeva perché suo figlio non sapeva ne leggere ne scrive. L’uomo difficilmente rispondeva alle frequenti domande in quanto il suo vocabolario era così povero che gli impediva quasi di costruire una frase.

Suo figlio avrebbe potuto essere un uomo felice e invece era uno schiavo.

Prima di dormire progettava con il marito cosa fare, cosa dire il giorno successivo per convincere il figlio a rimanere con loro.

Dopo una settimana di felice convivenza, un mattino durante la prima colazione, l’uomo disse che quella non era la sua casa, che gli mancava la sua vita di sempre, che preferiva tornare a vivere nel container che aveva a disposizione vicino al cantiere, che gli mancavano gli uomini della tribù con cui era cresciuto e dei quali era schiavo consapevole.

A nulla valsero le promesse del padre, le lacrime della madre …prese i suoi due vestiti e uscì di casa per non tornare più.

Qualche anno fa il giovane Mashudu, oramai diventato maggiorenne, in accordo con i suoi genitori e con gli zii del padre, ha deciso di andare a costruirsi la sua vita lontano, lasciando la casa di famiglia e i suoi due amici di sempre: un pappagallo che parla e una tartaruga gigante, entrambi della sua età.

Sia i suoi genitori che gli anziani zii non hanno potuto far altro che pensare che era il nome: “Moshudu” a dare il carattere avventuroso ai ragazzi e così si sono preparati all’addio con la paura di non rivederlo mai più.

Loro sanno che il destino spesso è crudele con i legami sentimentali. Salutando il giovane uomo, gli hanno ricordato che quella terra, quella casa sono sue e che loro sono la sua famiglia, di non dimenticarlo mai.

Adesso Mashudu ha 23 anni e si è costruito una sua realtà di vita semplice ma di cui è orgoglioso.

Ieri sera Mashudu ha telefonato a casa per conoscere lo stato di salute di tutti i famigliari.

Prima di chiudere la telefonata suo padre gli ha detto che, com’è consuetudine di tutte le domeniche pomeriggio oramai da anni, era stato con gli anziani zii a osservare per ore suo cugino Moshudu che instancabile lavora come manovale sino al tramonto e poi, appena arrivava il buio, lo incontrano solo un attimo per salutarlo e per chiedergli se tutto va bene.

Terminata la telefonata, il giovane Mashudu mi guarda e dice: “Questa sera, caro Gianfranco, ho una storia da raccontarti, guarda che è vera, è la storia della mia famiglia, di mio zio che porta il mio stesso nome: Mashudu; devi sapere che questo mio zio è schiavo, davvero …però è una storia che non ha ancora un finale.”

I racconti brevi sono nati come stimolo di scrittura dall’incoraggiamento dell’amico Ennio e, in molti casi, sono stati pubblicati sul sito del quotidiano di opinione e cultura: gaiaitalia.com

Leggi anche il libro: “Io sono Rohita – Lo tsunami in una vita” di Gianfranco Maccaferri

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