Sono un giovane… vecchio rom

Racconto breve di Gianfranco Maccaferri

Sono un ragazzo rom, ho solo vent’anni, eppure io so di essere già vecchio.

Anche specchiandomi nelle vetrine dei negozi, capisco quanto sono logoro.

In certi periodi, per avere qualche soldo chiedo l’elemosina: mi siedo davanti ad una chiesa e pazientemente aspetto. Non mi vergogno di questo. Semplicemente chiedo se qualcuno mi vuole aiutare. In chiesa tutti danno dei soldi per sostenere gente povera che non conoscono. Io invece li chiedo direttamente, non mi nascondo.

Spesso mi capita di sentire persone che mi dicono: – …vai a lavorare se vuoi avere dei soldi. –

Cortesemente e con un sorriso io rispondo: – Se tu mi aiuti, saresti davvero gentile. Io domani mattina alle sei sarò pronto a lavorare, dove mi devo presentare? –

Perché il lavoro a me piace davvero: mi pagano e faccio fatica, così m’irrobustisco e mi faccio i muscoli. Mi piacerebbe essere atletico, invece ho un fisico magro e non sono cresciuto molto. Credo che la colpa sia delle sigarette fumate e del bere alcolico da quando avevo undici anni.

In queste notti sono ospite al dormitorio e quindi mi posso fare la doccia, tuttavia la struttura chiude alle nove e mezzo di sera e chi vuole dormirci deve entrare prima di quell’ora. Queste sere le passo a guardare la televisione o a chiacchierare con gli altri ragazzi ospiti del dormitorio, a volte sto da solo sdraiato nel letto a pensare.

Anche quando passo le serate in giro per la cittadina, difficilmente entro in un bar perché rischio di incontrare delle persone che mi hanno dato qualche soldo e non voglio che mi vedano spenderli, fosse anche per un solo caffè.

Perfino fumare una sigaretta per strada è complicato, devo stare attento: se incontro una persona che mi ha dato dei soldi, pensa che io li abbia spesi per comprarmi un pacchetto di sigarette e si arrabbia, pensa di essere stata presa in giro, ma non è vero perché io fumo solo se qualcuno me la offre una sigaretta.

In questo periodo che sono solo, penso al mio futuro e non vedo nulla, percepisco che potrò solo sopravvivere, come ho sempre fatto sin da bambino.

La mia famiglia è romena ed è stanziale, soprattutto non ha Mercedes nascoste, case, oro, soldi in banca, così come gli italiani normalmente pensano quando vedono un rom che chiede l’elemosina.

La mia famiglia non ha nulla ed io ancora meno.

A dieci anni sono andato nel cantiere dove lavorava un mio cugino e lì ho passato un anno a guardare, ad aiutare, a imparare. Nessuno mi pagava.

Un giorno il proprietario mi ha fatto fare la prova di costruzione di un muro per una casa. Ero emozionato, preoccupato, comunque sono stato bravissimo. Il giorno dopo ero assunto.

E così a undici anni ho iniziato a fare il muratore.

I soldi che io guadagnavo mia madre li metteva da parte per il mio futuro.

Dopo soli pochi mesi mio padre e mia madre sono andati a un battesimo e alla sera, tornando a casa in macchina, hanno avuto un incidente. Mio padre, probabilmente un poco ubriaco, è morto. Mia madre si è fatta male alla schiena e ancora oggi deve portare un busto per stare in piedi senza dolori.

Da quel maledetto giorno il mio stipendio è servito per comprare il cibo e tutto il necessario per la famiglia. Io ho tre sorelle più grandi di me e un fratello più piccolo.

Da quel maledettissimo giorno io sono diventato l’unico sostentamento per la famiglia.

Avevo solo undici anni ma ero già grande. Mia madre era molto orgogliosa di me, lei sapeva che io era già un uomo.

Per fortuna due mie sorelle si sono sposate poco dopo, loro avevano già circa quindici anni, così sono uscite di casa e hanno smesso di pesare sulle spese di casa.

Stando con i compagni di lavoro più grandi di me, ho iniziato a fumare e bere e una sera mi hanno anche portato a fare sesso con una prostituta: una ragazza giovane, molto bella. Me ne innamorai. Anche lei provava qualcosa per me e così per circa due anni, appena era possibile ci vedevamo, parlavamo, ci raccontavamo molte cose e qualche volta facevamo l’amore da innamorati.

Un giorno la sua famiglia decise di mandarla in Italia a lavorare perché guadagnasse di più.

Partì come partono molte ragazze per non tornare più e subito la sua famiglia iniziò a costruirsi una casa. Mi mancò molto il suo affetto, la sua sincerità, il suo farmi sentire maschio. A tredici anni ero un uomo responsabile, mantenevo come potevo la mia famiglia, ero rispettato e in casa comandavo io.

L’unica cosa di cui mi sono sempre vergognato, non so il perché ma ancora oggi è così, è il fumare davanti a mia madre. Anche lei fuma qualche sigaretta però io proprio non ce la faccio ad accendere una sigaretta in sua presenza.

A quindici anni ho conosciuto una ragazza che mi ha immediatamente fatto impazzire. Era venuta a casa mia con mia sorella e da quel pomeriggio è stata l’unica donna a cui ho pensato.

Le chiesi se veniva al bar a chiacchierare con me e così ci ritrovammo soli, a parlare di noi.

Dopo un mese ci sposammo, lei aveva quattordici anni, era bellissima, simpatica, mi amava. Venne a vivere a casa mia, con mia madre e i mie fratelli.

Ovviamente lei era vergine, io invece un poco più esperto com’è giusto che sia.

Da noi il sesso non lo si fa come mi raccontano i ragazzi italiani. Da noi non ci si tocca, lecca o bacia dalla vita in giù. Quando lo racconto in molti ridono, ma noi l’amore lo facciamo così. Non esistono rapporti orali, anali o cose simili. Con le donne non si fanno quelle cose. Chi le cerca va con le prostitute e io ci sono andato solo una volta in vita mia.

Una sera, ubriaco con altri amici, ho dato retta al gruppo e mi sono ritrovato a tentare una rapina a un bar ristorante. Fummo presi la sera stessa e passai una settimana in prigione. Mia madre intervenne e così mi liberarono. Il processo mi condannò a due anni di carcere o a pagare una multa molto alta. Scelsi di pagare, però non avevo i soldi. Mentre i giorni passavano, si avvinava la data di scadenza del pagamento. Non sapevo cosa fare, avevo paura, ero preoccupato per mia moglie, per mia madre e anche per i miei fratelli.

Decisi di andare in Italia per guadagnare velocemente dei soldi e saldare i miei conti con la giustizia.

Mia madre non voleva lasciarmi andare via.

Da mamma era consapevole che io ero inadeguato a vivere fuori dal mio paese. Io no.

Un pullman mi portò sulla costa adriatica e un peschereccio mi diede un passaggio sino a un porto italiano.

Non sapevo dov’ero, non capivo nulla di quello che le persone mi dicevano e nessuno capiva me.

Fu così che decisi di andare vicino al portone di una chiesa e mettermi seduto ad aspettare.

Dovevo fare davvero pena con i miei sedici anni, da solo e spaventato, praticamente muto e sordo.

In molti si fermarono e mi diedero qualche soldo. Potei mangiare. Per dormire usavo una panchina in un parco, tuttavia la paura che avevo a essere senza nessuna protezione, mi faceva stare sveglio. Spesso mi accadeva, nel buio della sera, che uomini grandi mi venivano a chiedere se volevo fare sesso con loro. Quando capivo le richieste, mi arrabbiavo, ma gentilmente tentavo di spiegare che io quelle cose non le facevo. Qualcuno mi lasciava dei soldi comunque. In un mese racimolai una quantità di soldi che io non avevo mai visto.

Li spedii a mia madre, a me non servivano.

Un rumeno un giorno mi disse che, se volevo lavorare, potevo andare in Sicilia a raccogliere la frutta e la verdura insieme a lui. Accettai.

Venticinque euro al giorno, compreso qualcosa da mangiare tutti insieme a mezzogiorno. Per la cena compravo un panino e bevevo l’acqua dalla fontana. Per dormire stavo con un gruppo di rumeni che avevano occupato una baracca molto vecchia, fortunatamente c’era l’acqua corrente e così potevo farmi la doccia, fredda.

In quattro mesi riuscii a mandare a mia madre i soldi necessari per chiudere i conti con la giustizia e per le necessità di casa.

Quando mi comunicò che con il tribunale il conto era chiuso tornai subito a casa. Volevo rivedere il mio amore, stare con lei, vivere con lei un periodo. Fare l’amore.

Io non uso il preservativo, non mi piace. Così esco appena capisco che sto per venire. In quei giorni tranquilli io e mia moglie decidemmo che era giusto fare un figlio. Rimase incinta e io ripartii per guadagnare altri soldi.

In Italia trovai lavoro, in nero, come muratore. Mi davano ottocento euro al mese e io ero contento. Il capo mi mise a disposizione anche una stanza tutta per me, così finalmente potevo stare tranquillo e fare quello che volevo quando non lavoravo. Fare il muratore mi è sempre piaciuto, è il lavoro che faccio più volentieri infatti, quel periodo lo ricordo come sereno, a parte il fatto che mi mancava lo stare in intimità con la mia bellissima sposa.

Tornai da mia moglie pochi giorni prima che avvenisse il parto.

Io non entrai ad assistere come gli uomini fanno in Italia. Rimasi nel corridoio ad aspettare.

Quando mi fecero entrare e vidi mio figlio mi emozionai talmente tanto che piansi. Era dalla morte di mio padre che non piangevo. Scappai fuori dalla stanza per non farmi vedere da nessuno. Mi vennero delle convulsioni, non riuscivo a controllare il respiro, piangevo e ridevo, mi dovetti sedere per terra e attendere che le lacrime terminassero. Mai avevo provato una gioia così intensa, profonda, sconvolgente. Ero padre. Io avevo un figlio!

Poi tornai alla camera e finalmente potei prendere in braccio il mio bambino e baciare il mio amore.

So che per gli italiani avere un figlio a sedici anni è incomprensibile ma per noi è normale. Se a undici anni lavoravo e a tredici ero il capo famiglia, è normale che a sedici fossi padre.

L’amore che provavo per mia moglie era talmente forte che non volevo più andare via di casa.

Poi un mio cugino, che era in Inghilterra, mi telefonò per chiedermi se volevo raggiungerlo: c’era un posto di lavoro in un lavaggio di automobili. Partii due giorni dopo. Ero consapevole che i soldi erano importanti.

Fu molto diverso dall’Italia, la lingua era davvero difficile per me, sapevo che non l’avrei mai imparata ma il lavoro era semplice e così restai a svolgere quel compito vicino a Londra.

Ogni sera, da solo in un mondo che non conoscevo, sentivo forte il desiderio di tornare a trovare il mio amore e il mio bambino, ma avevo deciso che i soldi non dovevano essere un problema per la loro vita, così rimasi a Londra.

Dopo molti mesi tornai in Romania. Fui molto orgoglioso nel vedere come mia madre e mia moglie avevano migliorato la casa e curato il bambino. Il mio stare lontano a guadagnare dei soldi aveva permesso una vita serena alle persone per me più importanti.

Mio fratello minore aveva iniziato a fare il muratore, esattamente come avevo fatto io. Gli consigliai di usare una parte dei soldi che guadagnava per andare a lezione di qualche lingua straniera, ma lui mi disse che non era interessato a fare il vagabondo come me. Ne fui felice, anche per mia madre.

Mia moglie rimase nuovamente incinta. Insieme decidemmo, nascondendolo alla famiglia, che l’aborto era la soluzione migliore per non tornare a essere totalmente poveri. Il bambino che stavamo crescendo era già fin troppo impegnativo.

Mia moglie, che non era mai uscita dalla provincia dove era nata e vissuta, iniziò a chiedermi se poteva vivere con me all’estero. Certo era allettante non dover stare sempre solo lontano da casa, però il bambino era ancora troppo piccolo. Comunque dovetti prometterle che un giorno le avrei chiesto di raggiungermi.

Tutto il tempo che passavo con lei era magnifico, mi sentivo bene, sereno, spesso anche felice.

Dopo qualche mese fui costretto a tornare in Italia per cercare un lavoro e guadagnare altri soldi.

Mi ritrovai in una cittadina di montagna dove viveva un cognato di mia moglie, lui faceva il lavapiatti. Quando arrivai capii velocemente che era una situazione di vita tranquilla, dove la gente era gentile e disponibile ad aiutarmi. Chiedendo l’elemosina guadagnavo a sufficienza. Il lavoro era introvabile perché la crisi aveva provocato molti disoccupati alla ricerca disperata di un’occupazione, per cui capii subito che era inutile cercare un lavoro.

Ho iniziato a conoscere molta gente e anche qualche amico. Le persone erano rilassate e spesso stavano ad ascoltarmi. È così che ho incontrato un uomo che aveva il problema della mamma anziana da accudire. Lui da solo non ce la faceva. Quando ho avuto l’opportunità di conoscerlo meglio e capire che era una persona seria, gli proposi mia moglie come badante. La situazione da lui prospettata era davvero la migliore che potessi pensare: assumeva mia moglie a ottocento euro al mese e ci dava una stanza in casa per poter vivere insieme.

Quei giorni li ricordo di euforia, di sogni, di prospettive per la vita… ero davvero contento, il mondo mi sorrideva.

Preparai tutte le situazioni migliori per accogliere mia moglie e quando arrivò ero certo di essere stato l’uomo più bravo, il più affidabile che lei avrebbe mai potuto incontrare. Decidemmo che il bambino sarebbe restato, per il momento, da mia madre. Il lavoro di mia moglie era solo diurno e così, oltre a permetterci di vivere insieme, ci consentiva di avere le sere libere. Fu così che iniziai a farle conoscere la vita in Italia: le usanze, i locali serali, come rapportarsi agli altri. La domenica lei era di riposo e mi aiutava a chiedere l’elemosina davanti alle chiese: lei riusciva a prendere più soldi di me. Non ho mai capito perché una donna viene aiutata di più che un uomo. Giorno dopo giorno notavo che l’euforia e la voglia di vivere che aveva mia moglie era davvero particolare, mai l’avevo vista così: era felice di stare in Italia e tutte le cose belle che i negozi, i bar e le discoteche potevano offrire, lei le voleva.

Mi sembrava di non riconoscerla.

Da donna seria e attenta solo al buon andamento della casa, stava trasformandosi in una ragazza di diciotto anni che voleva vivere tutto quello che non aveva visto o fatto in Romania. Comunque io ero molto fiero di lei, così bella e così brava nel lavoro… Una moglie che molti amici m’invidiavano. Un giorno mia madre ci telefonò per avvisarci che il bambino era malato. Mi feci dire esattamente cosa le aveva detto il medico e con quelle informazioni il farmacista mi diede le medicine migliori. Non potendo mia moglie lasciare il lavoro, andai io a casa per verificare la situazione di nostro figlio e aspettarne la ripresa. Il bambino in pochi giorni guarì ed io ero contento di stare un poco a casa con mia madre e soprattutto con mio figlio. Tutte le sere telefonavo in Italia per parlare con mia moglie, ero curioso di sapere ogni cosa. Avrei voluto passare ore e intere notti ad ascoltare la sua voce.

Dopo qualche settimana mi accorsi che, quando telefonavo, lei non era in casa. I rumori delle auto o le voci di sottofondo mi facevano capire che era in giro o in qualche locale. Le sue risposte alle mie domande diventavano sempre più evasive. Iniziando a essere preoccupato, un mattino telefonai al figlio dell’anziana alla quale mia moglie faceva da badante. Quell’uomo, sempre estremamente gentile, era felice di risentirmi perché mia moglie da una settimana era andata via di casa, non l’aveva più rivista e non aveva nessuna notizia di lei. Glielo feci ripetere infinite volte prima di chiudere la telefonata.

Guardai mio figlio, poi mia madre. Un dolore fortissimo mi lacerò lo stomaco. Corsi in bagno a vomitare. Mia madre mi chiedeva cosa avevo ma nessuna parola usciva dalla mia bocca. Il respiro era disordinato, iniziai a tremare. Mi guardai allo specchio e vidi un viso stravolto e allucinato, mi feci paura.

Andai a fumare una sigaretta per strada e lasciai passare alcuni minuti per riuscire a parlare.

Telefonai a mia moglie cercando di nascondere ogni emozione o nervosismo. Lei sembrava felice, continuava a ripetermi che era a casa ad accudire l’anziana, che non era il caso che mi preoccupassi, tutto andava bene e mi disse che se volevo fermarmi ancora con il bambino non c’erano problemi.

Mia moglie mi mentiva, il mio amore mi raccontava bugie, la donna della mia vita non era più la stessa.

Senza raccontare nulla a nessuno feci la valigia e partii il giorno stesso.

Durante il viaggio non potevo pensare, tutto era confuso, non capivo cosa era successo. Arrivato alla stazione della cittadina dove avevo lasciato mia moglie, le telefonai. Come nulla fosse mi disse che era a fare una passeggia e che presto sarebbe rientrata a casa perché era stanca. Invece, nella più insperata delle casualità, la vidi mentre mi parlava al telefono: era al bar della stazione a comprare delle sigarette.

Mi avvicinai e attesi che si voltasse. Il suo stupore fu evidente, eppure subito mi abbracciò e baciò. Usciti dal bar mi raccontò che aveva un giorno libero dal lavoro e quindi sarebbe andata a dormire da suo cognato. Io ero silenzioso, non avevo intenzione di dirle ciò che sapevo.

Per strada le dissi solo: – Non mentirmi – ma capivo che non era più lei, non la riconoscevo più.

Andammo al bar nel quale solitamente incontravamo gli amici.

Subito notai l’imbarazzo di chiunque conoscevo. Lei invece era solare, allegra, simpatica con tutti.

Non salutai nessuno e mi sedetti in un angolo a guardarla: rideva con diversi uomini, si avvicinava a loro in modo esagerato, con qualcuno sussurrava segretamente qualcosa all’orecchio.

Poi lei uscì per rispondere ad una telefonata. Mi alzai e la seguii. Mi resi conto di essere in uno stato di nervosismo che necessitava di uno sfogo violento.

Le presi il telefono e lo buttai per terra, lo presi a calci, lo pestai, lo frantumai, poi guardai mia moglie severamente, ma lei mi disse: – Non importa, adesso io vado… ci vediamo domani. –

Impietrito, rimasi a guardarla allontanarsi. Non riuscivo a muovere neppure un muscolo.

Non la rividi più.

In quel momento riuscii solo a sedermi su una sedia del déhor. I miei pensieri erano confusi. Chi era quella donna? Come parlava? Come si muoveva? E dove andava?

Ero imbarazzato, non sapevo se rientrare al bar, ma decisi che qualche conoscente mi poteva raccontare la verità. Entrando vidi un mio amico rumeno parlare con un uomo che non conoscevo, capii che gli stava raccontando la mia storia o almeno quella di mia moglie. Stranamente non me ne importava nulla. Mi sedetti accanto e lo pregai di spiegarmi cosa sapeva.

– Tu sei un mio amico e non posso nasconderti la verità. Tua moglie, da quando tu sei andato via, quasi ogni sera è uscita e ha fatto la scema qui al bar. Si è divertita a parlare e a scherzare, beveva tutto quello che i ragazzi le offrivano. Circa dieci giorni fa ha conosciuto un uomo anziano. Si sono seduti in disparte e hanno parlato tutta la sera. Io però ero seduto da solo al tavolo vicino è ho sentito cosa si dicevano. L’uomo le ha detto di essere ricco, che le piaceva molto, che lui cercava una donna con cui vivere, che le avrebbe fatto mille regali, che l’avrebbe ospitata a casa sua. Così adesso lei vive da lui, ma non so chi sia, non lo avevo mai visto prima quel vecchio e non si è mai più fatto vedere in questo bar. –

– Grazie, sei un amico ad avermi raccontato ciò che sai. –

Gli chiesi una sigaretta e uscii a fumare.

La dovevo trovare, la volevo prendere a calci sino ad ammazzarla, il vecchio in fondo non aveva colpe, ma lo avrei costretto a scavare la fossa di mia moglie. Non ci possono essere scusanti o giustificazioni, quella puttana non poteva sopravvivere a ciò che mi aveva fatto. Come aveva potuto fare quelle cose, abbandonare tutto e tutti, i nostri progetti, la nostra vita… Lasciarmi!

La vergogna mi aveva invaso oltre la rabbia, non potevo rientrare in quel bar, rivedere i miei amici. Mi sentivo perso, confuso, violento, umiliato e soprattutto colmo di vergogna. Solo il punirla poteva riabilitarmi agli occhi degli altri. La odiavo. Il mio unico amore aveva distrutto tutta la mia vita.

Eppure, da qualche parte nei miei pensieri, sentivo che probabilmente ero io a non poter sopravvivere a tanto.

Mentre la confusione e la rabbia mi stavano isolando da tutto ciò che mi circondava, l’uomo che era seduto con il mio amico al bar uscì per fumarsi una sigaretta. Si presentò: – Io sono Luca -, senza pensare a cosa usciva dalla mia bocca io dissi solamente: – Domani la trovo e la uccido, lo giuro su mio figlio. –

Mi guardò perplesso: – Cazzata su cazzata, finisci in galera subito. Adesso stai male, certo, ma quella di uccidere tua moglie non è una soluzione per il futuro di tuo figlio. –

Lo guardai incazzato: – A no? E la soluzione qual è? Che mio figlio cresce e quando mi chiederà di sua madre io gli risponderò che mi ha tradito, che se n’è andata, che ha trovato un vecchio pieno di soldi che la mantiene… E io agli occhi di mio figlio sarei un padre, un uomo? –

Avrei voluto prenderlo a schiaffi quell’imbecille ma lui rispose: – Non farti adesso dei problemi che dovrai affrontare fra qualche anno, non ha senso. Per tuo figlio troverai le parole giuste quando sarà il tempo. So che adesso sei solo, abbandonato, ma prima pensa a te stesso e a tuo figlio. Voi due siete importanti l’uno per l’altro. Lui adesso ha solo te… non farti chiudere in prigione. Non deluderlo. –

Aveva la capacità di farmi infuriare e contemporaneamente di farmi pensare, aveva le parole giuste, sapeva più di me come si vive. Pensai che era sicuramente un uomo che sapeva molto della vita.

Gli strinsi la mano e gli dissi: – Grazie –

I pensieri continuavano ad essere tanti, troppi per fare un po’ di ordine. Luca mi chiese se volevo rientrare al bar per bere qualcosa.

Non risposi. Mi allontanai nella notte camminando lentamente verso un parco che conoscevo bene.

Una panchina sotto il cielo sereno era la giusta situazione per sdraiarmi e pensare. Ero stanco, sfinito… vecchio!

Il mattino mi svegliai debole e senza più pensieri. Andai davanti alla chiesa e mi accovacciai vicino all’ingresso.

Da quel mattino ogni euro che la gente mi da, è un euro solo per mio figlio.

I racconti brevi sono nati come stimolo di scrittura dall’incoraggiamento dell’amico Ennio e, in molti casi, sono stati pubblicati sul sito del quotidiano di opinione e cultura: gaiaitalia.com

Leggi anche il libro: “Io sono Rohita – Lo tsunami in una vita” di Gianfranco Maccaferri

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