Memli, il ragazzo kosovaro che non poteva essere soldato

Racconto brave di Gianfranco Maccaferri

Io non so i nomi di chi vinse come non so i nomi di chi perse la vita, la dignità, la propria storia.

La pietà e la vergogna furono tali che un pesante silenzio avvolge tutt’ora le vite di una intera regione.

Venti anni fa il Kosovo era la frontiera dell’odio, della carneficina, dell’incomprensione.

Sulla frontiera e in Albania c’erano i campi profughi per ospitare i kosovari che scappavano dalle loro case.

Dentro l’Europa si ripeteva la guerra corpo a corpo, inattuale, fuori dalla storia; poi arrivarono dal cielo le bombe e i missili tecnologici dei “caccia” amici (o nemici) e la distruzione fu tale che le armi vennero deposte. Ma le carneficine si erano già attuate con il delirio delle fosse comuni, degli stupri razzisti, dei massacri senza nomi.

Quanti sanno come si vive oggi in Kosovo, quali sono i sogni di quella popolazione, chi comanda… E adesso, quella gente, è serena? Gli odi sono terminati? La pulizia etnica di vendetta è stata perpetrata o la convivenza è possibile?

Passati venti anni, invece di cercare su internet delle risposte, ho cercato Memli.

Questa è la storia che mi ha raccontato e che ho vissuto:

Lo vidi arrivare, era l’unico ragazzo sui vent’anni in un gruppo di centinaia di donne, vecchi bambini che lentamente stavano giungendo al campo umanitario che accoglieva i kossovari che scappavano dalla loro terra.

I volti di tutti erano seri, anche i bambini avevano le stesse espressioni degli anziani.

La loro fame non riusciva ad avere il sopravvento sulla stanchezza.

Si sedettero a gruppi, suddivisi per famiglie e attesero, inermi; non sapevano neppure loro cosa li attendeva, cosa aspettarsi, in silenzio fecero riposare i loro corpi.

Fu quel ventenne ad alzarsi per primo, venirmi incontro e chiedere, all’interprete che era accanto a me, quali modalità adottare perché anche loro potessero avere un pasto.

Al traduttore spiegai di dire semplicemente che avrebbero dovuto mettersi in fila e attendere il proprio turno per prendere il cibo. Per il resto delle operazioni ne avremmo parlato in seguito.

Con calma il ragazzo passò da tutti i gruppi famigliari e vidi che in silenzio, lentamente si alzarono quasi tutti e si avvicinarono alla mensa. Solo alcune donne con i bambini in braccio e alcuni vecchi rimasero seduti.

I primi a prendere i vassoi con il mangiare furono dei bambini che, invece di consumare il pasto, si diressero verso le proprie mamme, i propri nonni e gli posarono acconto i vassoi.

Poi tornarono a mettersi in fondo alla lunga coda per aspettare il proprio turno.

Notai che il ventenne ad ognuno di questi bambini regalava un carezza sulla testa, spesso un sorriso e li faceva passare avanti, rimanendo sempre lui l’ultimo della fila.

Quando finalmente si sedette ed iniziò a mangiare mi avvicinai e mi sedetti accanto.

Solo allora si presentò: “Nice to meet you, I’m Memli”.

Presto scoprii che sapeva poche altre parole di inglese, ma si esprimeva con gesti ed espressioni tali che era impossibile non capire cosa volesse dire.

Divenne immediatamente il mio riferimento per ogni successiva “operazione” dedicata a quel gruppo di profughi.

La dignità e il decoro dei kosovari anche in quel gruppo si dimostrò assolutamente utile per procedere alle diverse fasi di identificazione, disinfestazione preventiva, visite mediche, ecc.

Ma la mia curiosità nei giorni successivi crebbe: perché Memli non era con tutti gli altri ragazzi e uomini a combattere? Perché solo lui era rimasto assieme alle donne, ai bambini, agli anziani?

Tutte quelle famiglie provenivano dallo stesso paese, un paesello un po’ sperduto tra le montagne interne del Kosovo. Un piccolo paese di neppure 500 abitanti, di cui tutti gli uomini dai 16 anni in su si erano arruolati nell’UCK per combattere i nemici serbi.

E Memli? Quando trovai l’occasione giusta per chiederglielo mi rispose un po’ infastidito che la guerra non era cosa sua, ma che era felice di essere rimasto a casa perché adesso tutti gli volevano bene e lo rispettavano.

Non avendo capito nulla sulle motivazioni reali del suo non arruolarsi, chiesi all’interprete se, chiacchierando con gli anziani, riusciva a scoprire qualcosa.

Ricordo l’imbarazzo dell’interprete quando mi disse, con poche parole, che Memli non era un ragazzo adatto per combattere.

Una sera, vedendo l’interprete chiacchierare tranquillamente con alcuni anziani, decisi di sedermi con loro e chiesi di spiegarmi perché tutti volevano così bene a Memli.

Il racconto degli anziani fu esaustivo per ogni mio dubbio: quando in paese si sparse la notizia dell’imminente arrivo di una truppa di mercenari filoserbi, il terrore divenne tale che nessuno era in grado di decidere il da farsi, anche perché non era rimasto nessun uomo a difendere il paese; allora Memli prese l’iniziativa e chiese di farsi affidare tutti i ragazzini e i bambini in grado di camminare autonomamente per almeno 2 ore, li voleva portare con lui nelle baite in montagna; tutte le mamme prepararono velocemente per ogni bambino una sacca con dentro qualcosa da mangiare; in pochissimo tempo il numeroso gruppo iniziò la marcia per i sentieri che solo chi era sempre vissuto in quel paese poteva conoscere; per tre giorni i bambini rimasero lontani da casa, solo Memli due volte al giorno scendeva verso il paese per spiare cosa avveniva e capire quando i mercenari se ne fossero andati; quando non vide più i mercenari serbi e tutti i loro mezzi, Memli tornò con il gruppo dei ragazzini e dei bambini, tutti in paese lo baciarono e lo ringraziarono tra le lacrime, anche i vecchi dissero che era un eroe del paese.

Il racconto però non contemplò cosa successe alle donne e agli anziani in quei tre giorni con i mercenari serbi padroni del paese …e io non lo chiesi.

La storia che udii mi fece capire che Memli poteva essere la persona giusta, meglio dell’interprete, per leggere le informative che giungevano dai comandi militari al fronte che contenevano i nomi degli uomini morti o feriti in battaglia.

Inizialmente mi disse che non se la sentiva di affrontare una situazione che prevedeva il sostenere un certo distacco dalle scene di strazio che la lettura di ogni nome provocava. Gli regalai un paio di occhiali scuri per far trapelare meno il suo coinvolgimento e gli promisi che sarei stato comunque al suo fianco. E così ogni volta che arrivava un nuovo elenco di nomi che comprendeva famigliari delle famiglie del campo profughi, dicevo a Memli di radunare gli adulti e lui procedeva alla lettura.

Un pomeriggio capitò l’imprevedibile: lesse il primo nome e cognome con l’età e il paese di residenza, poi il secondo, al terzo disse “Arber…” lo ripeté una, due, tre volte poi tacque; un silenzio per me incomprensibile durò sino a quando Memli urlò con tutto il fiato “Arber” poi cadde in ginocchio, si coprì il volto e iniziò a piangere continuando a ripetere “Arber”, il pianto si trasformò in singhiozzi e quel nome ripetuto divenne una cantilena soffocata.

Cercai con forza di alzarlo da terra, lui prima mi guardò da inginocchiato con il volto lacerato da una smorfia selvaggia, poi si alzò e si allontanò dondolando come ubriaco e riprese ad urlare “Arber”. Nessuno lo seguì, tutti rimasero in silenzio, composti, ad occhi bassi rispettosi del dolore.

Non so dove andò, neppure a cena si presentò in mensa; prima di dormire decisi di andare sino alla tenda che lo ospitava e poi fare un giro lungo il perimetro del campo sperando di trovarlo, ma non lo vidi.

Alle prime luci del mattino mi svegliai sentendo un rantolo accanto a me, era Memli rannicchiato su se stesso che si era appiccicato al mio corpo. Mi stupii di non averlo sentito entrare in tenda nella notte, ma la stanchezza di quei giorni mi provocava sempre un sonno breve ma pesantissimo. Lo guardai e capii che non aveva dormito, poi gli chiesi se Arber era suo fratello, suo padre…

Mi guardò con occhi stanchi, lucidi, gonfi e sussurrò con un inaspettato e dolcissimo sorriso: “Io lo amavo”.

Lo presi tra le braccia e con dolcezza gli dissi che poteva raccontarmi quello che voleva, che poteva rivelarmi il suo segreto, che io mai avrei detto nulla.

Arber era il suo amore, il ragazzo con il quale, di nascosto da tutti, da tre anni andava in montagna e lì vivevano la loro intimità; Arber era un ragazzo forte, un protagonista rispettato e temuto dagli altri giovani del paese, mai avrebbe voluto che si sapesse della loro relazione, il loro rapporto rimase esclusivo e segreto, ma sincero. Memli non era geloso nel vedere il suo amore fare lo scemo con le ragazze del paese, forse anche baciarle, Arber era Arber!

Ma Arber fu anche il primo degli uomini giovani a partire per arruolarsi nell’UCK lasciando così Memli da solo, in attesa del suo ritorno.

Memli per descriversi mi disse che, al contrario di Arber, non fu mai un ragazzo irruento, leader, spaccone; per carattere evitava gli agonismi, per sincerità evitava di corteggiare le ragazze, così in paese tutti sospettarono apertamente del suo essere omosessuale da quando aveva solo 15 anni ed in quanto gay iniziò a non esistere, ad essere escluso da tutto e da tutti, semplicemente veniva ignorato: in Kosovo l’omosessualità non esiste!

Solo con l’iniziativa di portare i bambini lontano dal paese all’arrivo dei miliziani serbi e di riportarli in paese dopo tre giorni sani e salvi, Memli ottenne lo status di uomo, di persona, solo al suo ritorno sigillò il suo esistere, il suo comunque far parte di quella piccola società.

Compresa appieno la tragedia che colpì Memli, ma anche la sua difficile vita al paese, lo tenni tra le braccia sino al mattino inoltrato, in silenzio, ogni tanto gli accarezzavo i capelli. Quando si addormentò, delicatamente lo sdraiai, mi alzai senza far rumore e incominciai la mia solita giornata al campo.

Da quel giorno Memli tacque e tutti rispettarono il suo silenzio.

Neppure ai bambini regalò più un sorriso.

Arrivarono i giorni del cessate il fuoco e del ritorno dei soldati sopravvissuti che, giunti al campo profughi si unirono alla famiglia per qualche giorno, il tempo necessario per organizzare il rientro al paese.

Notai che tutti gli uomini, dopo aver salutato le donne, gli anziani, i bambini, andavano subito da Memli e lo abbracciavano, lo ringraziavano e lui, ogni volta, in silenzio piangeva. Allora gli uomini iniziavano a parlargli a bassa voce, quasi gli sussurravano.

Chiesi all’interprete cosa raccontavano ogni volta tutti gli uomini a Memli e lui rispose: “Gli raccontano di come Arber si è fatto onore, delle battaglie in cui è stato l’eroe, di come è morto senza paura, gli raccontano quelle cose che si dicono alle donne quando parli del marito morto in guerra”. Rimasi stupito che gli uomini sapessero di quell’amore e quando mi ritrovai da solo con Memli gli chiesi “Ma quindi in paese sapevano della vostra storia d’amore?” Lui mi guardò dritto negli occhi, anche lui stupito e interruppe il silenzio che lo avvolgeva oramai da settimane: “Ho scoperto che tutto il paese sapeva da sempre del nostro amore, delle nostre fughe in montagna, ma mai nessuno si è permesso di umiliare Arber come hanno fatto con me. Io non posso tornare con loro al paese, credo che andrò a Pristina dove non conosco nessuno e nessuno conosce la mia storia”.

Quando decise di partire dal campo con destinazione Pristina i suoi occhi non erano pieni di vita per la nuova avventura, ma mi ringraziò infinite volte e volle avere il mio recapito in Italia, voleva un riferimento che non fossero gli abitanti del suo paese.

Passati venti anni, invece di cercare su internet delle risposte, ho cercato Memli: avendo i suoi dati l’ho trovato facilmente, Facebook è un grande database!

Memli vive a Pristina e di lavoro fa il metalmeccanico in una fabbrica. E’ parte attiva dell’organizzazione per il riconoscimento dei diritti omosessuali “Elysium” e ha ritrovato il grande amore solo cinque anni fa: un ragazzo che fisicamente gli ricorda tantissimo Arber, ma di carattere è quasi all’opposto.

Memli mi ha confidato che, per la ricorrenza del giorno della morte di Arber, per quindici anni è tornato al paese d’origine per ricongiungersi a lui, per salutarlo, per piangere sulla terra che ricopriva il suo amore.

Ma oggi è, se non felice, almeno sereno e forse viene in Italia a trovarmi con il suo fidanzato, tanto il mio recapito lo ha conservato.

Leggi anche il libro: “Io sono Rohita – Lo tsunami in una vita” di Gianfranco Maccaferri

I racconti brevi sono nati come stimolo di scrittura dall’incoraggiamento dell’amico Ennio e, in molti casi, sono stati pubblicati sul sito del quotidiano di opinione e cultura: gaiaitalia.com

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