è stato lui a uccidere

Racconti brevi di Gianfranco Maccaferri

Ho capito istintivamente che quel ragazzo mi era simile.

L’ho capito dal momento che ho incrociato il suo sguardo, subito dopo mi ha sorriso imponendomi la sua sfrontata furbizia, il suo sentirsi più forte, la sua certezza nell’essere vincente.

Un mio amico, con cui stavo passando la serata, si accorse subito dello scambio d’interesse tra me e il ragazzo sconosciuto. Mi prese per un braccio e mi trascinò nel déhor del bar con la scusa di fumare: “Stacci attento, è pericoloso, non ti fidare mai di lui. Credo che sia anche un po’ pazzo.”

“Ok, grazie amico. Io non lo conosco…”

“Fai in modo di non conoscerlo, io lo so: è un ragazzo pericoloso!”

Ma il ragazzo ci raggiunse nel déhor, mi chiese una sigaretta …e anche se gliela accendevo. I suoi occhi continuavano a fissarmi.

“Mi chiamo Brayn, se vuoi ce ne andiamo da questo locale …potremmo andare a casa tua”.

Il mio amico gli disse di andarsene, che nessuno lo voleva lì. Ma lui mi sorrise e rimase.

Ho capito subito che il suo essermi pericoloso gli forniva un fascino che io non percepivo da tempo.

Rientrammo al bar e, mentre il mio amico si fermò al banco, noi due ci sedemmo a un tavolino, ma Brayn si rialzò subito per ordinare due birre. Vidi che si avvicinò al mio amico, ma ricevette un insulto e l’ammonimento di stargli lontano. Lui insistette e mentre gli parlava gli sfilò il portafoglio dalla tasca dei jeans. Mentre lo faceva si girò verso di me quasi per essere certo che io lo stessi guardando. Il mio amico non si accorse di nulla e quando finì di bere, con un gesto mi salutò e usci dal bar.

Senza il mio amico io rimanevo indifeso e solo, ma libero.

Brayn tornò a sedersi al tavolo con due bicchieri di birra. Mi sorrise. “Adesso possiamo ordinare qualcosa anche da mangiare, tanto paga il tuo amico.”

Fece tutto continuando a guardarmi negli occhi: bevve la birra, chiamò la barista, ordinò da mangiare decidendo anche per me, rispose brevemente a una telefonata… e non smise di penetrarmi gli occhi.

Mi suonò il telefono: era il mio amico che chiedeva se avevo trovato il suo portafoglio, se potevo guardare sul pavimento che forse gli era caduto.

Brayn continuava a fissarmi e, capendo chi era al telefono, rise beffardo.

“Sì, l’ho trovato, era per terra vicino al bancone …adesso controllo, dentro credo ci sia tutto… insomma i documenti ci sono, ma non ci sono soldi, domani mattina ci vediamo e te lo porto.”

Gli occhi di Brayn continuavano instancabili, indecenti a perlustrarmi ogni espressione, poi disse: “Hai detto una bugia al tuo amico. Hai tradito la sua fiducia.”

“Perché tu hai una morale? Dai spiegami quale è, così conto i peccati che ho commesso.”

“Io ho una morale solo di rispetto verso gli amici… tanto non ho veri amici.”

“Immagino… Io invece ho delle persone che si ritengono miei amici, ma io non di loro.”

“Perché non gli hai detto che sono stato io a prendergli il portafoglio?”

“Glielo dirò quando avrò voglia di vedere la tua faccia riempita di pugni… stasera no, mi piaci così. Adesso prenditi i soldi dal portafoglio e poi dammelo che domani glielo restituisco.”

In quel momento entrarono dei ragazzi e si sedettero al tavolo accanto. Uno lo conoscevo, così ci salutammo e gli chiesi se voleva uscire a fumare per parlare un poco. Con un po’ d’imbarazzo acconsentì. In realtà non avevo nulla da dirgli ma volevo vedere Brayn che reazione avrebbe avuto. Non si fece attendere: venne fuori anche lui e, al ragazzo con cui stavo parlando, tolse dalla bocca la sigaretta appena accesa, la buttò a terra e gli disse di tornare al tavolo con gli amici con cui era arrivato. Il ragazzo mi guardò incredulo ma obbedì.

Brayn, con uno sguardo di sfida mi disse: “Tu non mi devi mai lasciare da solo.”

Lui poteva tutto, ne era certo perché conosceva le debolezze degli altri e questo gli forniva un potere da gestire a piacimento …e lui ne disponeva.

“Non devo lasciarti mai da solo? Non mi sembri il tipo insicuro o che ha problemi a stare al tavolo da solo. Ma anche se fosse… è un problema tuo, non mio!”

“Se tu sei con me… sei con me! Non te ne vai via con un altro, ricordatelo! O vuoi vedere cosa sono capace di farti? Stai attento.”

Rientrammo e al tavolo continuammo a bere, poche parole ma gli sguardi e i sorrisi furono espliciti.

Poi passeggiammo lentamente verso casa mia, salimmo senza parlare, lui decise di farsi subito una doccia, io continuai a bere. Uscì dal bagno nudo e, con atteggiamento allegro e trionfale, disse ridendo: “Allora ti piaccio? Non me lo hai ancora detto.”

Lo guardai attentamente. Era un bel ragazzo ma nulla di speciale. “Sono curioso di sapere quanto ti pagano per le diverse prestazioni, perché sei carino ma sinceramente per quanto mi riguarda ti puoi rivestire. Se vuoi continuare a bere e parlare… ok, altrimenti vedi tu. Devi anche sapere che io sono povero, quindi sui soldi sei capitato proprio male.”

“Tu quanto mi daresti? E cosa vorresti fare?”

“Io fra un po’ vado a dormire e per l’offerta, diciamo che non esiste: io non pago! Cosa voglio fare? Scoprilo da solo …quindi niente soldi, nessuna prestazione, nessuna richiesta.”

La sua espressione si trasformò: divenne severa, trasmetteva voglia di violenza, era aggressiva, irriconoscibile:

“Ehi bello mio, guarda che io non ho perso tutto questo tempo per non guadagnare niente, adesso tiri fuori i soldi! Capito? Tu non sai cosa sono capace di farti se m’incazzo!”

“Se mi minacci, domani sei arrestato per furto di portafoglio… ricordi? Quindi decidi: se rimani sei mio ospite, se vuoi andare… vai, tanto sicuramente ci sarà ancora qualcuno che ti cerca, non è tardissimo, decidi tu.”

“Tu non saresti capace di denunciarmi, lo so. Dammi i soldi che hai nel tuo portafoglio.”

“E smettila di fare la puttana con me, ma allora non hai capito proprio nulla. Tu non puoi farmi del male, ci posso scommettere e per dimostrartelo adesso vado a letto tranquillo, tu fai quello che vuoi.”

“E mi lasci qui a casa tua mentre tu vai a dormire? Ti fidi così tanto di me? Tu non sai di cosa sono capace…”

“Domani mattina qualsiasi cosa mancherà in casa farà parte della denuncia assieme a quella del portafoglio del mio amico, le telecamere di tre banche hanno registrato la nostra passeggiata verso casa …io e te da soli. Anche nel locale ci sono le telecamere interne che hanno registrato la tua furbizia. Adesso smettila e calmati, tu non hai bisogno di sesso a pagamento questa sera, tu hai bisogno di uno che dorma accanto a te senza chiedere e senza pretendere …o sbaglio?”

Gli sguardi si distesero, tornarono le espressioni di complicità.

Non se ne andò, poco dopo mi raggiunse a letto, si mise aderente al mio corpo, mi raccontò frammenti della sua storia, per addormentarsi volle essere abbracciato.

Al mattino lo lasciai nel letto perché voleva riprendere a dormire, io andai a restituire il portafoglio al mio amico. Prima di pranzo rientrai, Brayn non c’era più ma trovai sul tavolo 50 Euro e un biglietto con scritto: ti lascio la metà di quanto avanzato ieri sera dei soldi del tuo amico, senza che perdi tempo a controllare tutta la casa, ti ho preso un profumo …così mi puoi denunciare!

Per tre giorni non lo rividi. Mi mancava. Possibile che io non mancassi a lui?

Quando ci rincontrammo era sera tarda, al pub lui era seduto con un gruppo di amici, ma mi rivolse solo uno sguardo e un cenno del capo. Era evidente che nel gruppo Brayn svolgeva un ruolo di riferimento, la normalità non faceva parte del suo personaggio. Mentre bevevo notai che appositamente lui non mi guardava, evitava ogni possibile sguardo nella mia direzione. L’essere da lui ignorato fece nascere in me la necessità di punirlo, ma come? Volevo vedere in lui un segnale di umiltà, quindi non potevo far altro che umiliarlo.

Mi avvicinai al suo tavolo, dal portafoglio presi 50 Euro e li misi sul tavolo davanti a lui e dissi:

“Brayn… questi sono i soldi che hai lasciato l’altra sera a casa mia, non so come tu sia abituato, ma io non mi faccio pagare per fare sesso con un ragazzo. Quindi, quando vuoi farti scopare, puoi venire a casa mia …ma non devi pagarmi.”

Il silenzio fu assoluto, anche dal tavolo accanto i discorsi si interruppero. L’odio nei suoi occhi fu immediato. Tornai al bancone del bar. I suoi amici prima si guardarono a vicenda imbarazzati, poi scoppiarono a ridere e iniziarono a fare battute divertenti ma offensive. Lo sguardo di Brayn diventò di stupore poi si trasformò in evidente imbarazzo e io finalmente iniziai a godere nel vederlo umiliato, ridicolizzato.

La barista, che mi conosce da anni, mi si avvicinò “Adesso vorrà solo ucciderti. Questo bicchiere te lo offro io.”

Io mi misi a sorridere e guardai Brayn, finalmente mi dedicò lo sguardo, anche lui mi sorrise, ma solo un attimo. Improvvisamente gettò la birra del suo bicchiere in faccia all’amico seduto di fronte a lui che stava ridendo in modo esagerato, poi si alzò e al ragazzo accanto prese la testa tra le mani, di forza gliela abbasso per colpirlo contro il tavolo. Un secondo dopo si girò verso il terzo amico: lo prese per la maglia e lo costrinse ad alzarsi così da sferrargli un pugno dritto nello stomaco, il ragazzo si piegò in due e anche a lui riservò la tavolata in volto.

Intervenne immediatamente il buttafuori del locale che immobilizzò Brayn dalle spalle.

Mi godetti la scena con soddisfazione: vederlo umiliato, poi scoprire la sua violenza naturale, guardargli il viso strafottente anche da immobilizzato, fu per me riconoscere in lui la forza, l’esasperazione dell’audacia e dell’energia. Capii che sicuramente Brayn era capace di uccidere, lui poteva essere un assassino. La sua autorità non poteva essere messa in discussione da altri.

Mi avvicinai a lui “Questi tuoi amici sono ridicoli, hai visto come prima ti ammiravano e poi si sono divertiti a prenderti in giro, aspettavano solo di vederti umiliato. Guardali… sono dei deboli e non ti sono amici. Tu sei solo al mondo. Adesso calmati e vieni con me.”

Rivolgendomi al buttafuori gli dissi di lasciarlo, che a Brayn ci pensavo io. Prima di liberarlo dalla morsa in cui lo teneva, il buttafuori gli diede un altro forte strattone e gli disse “Tu qui non farti mai più rivedere.”

Brayn, una volta libero dall’enorme fisicità del buttafuori, lo guardò con aria di sfida: “Perché non ammetti che ti piacerebbe venire a casa con noi per farti fottere tutta la notte?”

Un pugno violento colpì Brayn allo stomaco. Io istintivamente chiusi gli occhi ed esclamai un “Ahiiii” come se quel pugno fosse arrivato nel mio di stomaco.

Il buttafuori prese Brayn da terra e lo trascinò fuori dal pub, oltre il déhor, per lasciarlo sdraiato sul marciapiede.

Prima di uscire dal locale salutai la barista e detti una pacca sulla spalla al buttafuori che stava rientrando.

Quando mi avvicinai a Brayn, lui sorrideva tra se e se, quasi ridendo mi chiese: “Mi aiuti? Allora… mi porti sino a casa tua?”

Io lo guardai lì sdraiato e non risposi. Lui divenne serio: “Te lo chiedo come un favore, per piacere…”

Io sorridendo: “Non mi basta”.

Anche lui accennò un sorriso ironico che raccontò molto più delle parole: “Ok, scusa, sono un coglione!”

“Sì lo sei, ma tu non capirai mai veramente la bellezza di essere umile! Tu potevi conoscere l’umiltà solo nell’essere umiliato. Adesso sì che sei superbo! Solo in questo momento ti vedo davvero forte.”

Allungando una mano per farsi aiutare ad alzarsi, mi disse: “Certo che questa cosa potevi spiegarmela senza costruire tutto sto casino. Sei uno stronzo! Ma mi piaci.”

Come provai a sollevarlo lui si appoggiò al muro con le braccia e, abbassando la testa, iniziò a vomitare. Il colpo allo stomaco del buttafuori era stato davvero devastante. Finito di buttare fuori tutto quello che aveva dentro, si girò e disse: “Adesso che mi sono svuotato di tutte le schifezze che avevo, posso essere sincero, ma riesco a vedere, c’è qualcuno qui intorno?”

“No, non c’è nessuno, solo tu ed io.”

“Ok, allora posso dirtelo: è dal primo momento che ti ho visto che voglio farmi scopare da te. Non ero certo che tu mi meritassi, è tutta la vita che cerco il ragazzo che poteva prendermi. Sai… io ti ho cercato tutte le sere e in tutti gli uomini che ho incontrato, ma alla fine nessuno mi meritava, adesso ho capito che sei tu quel ragazzo.”

“Tu hai sempre cercato uno uguale a te, nessun altro poteva bastarti.”

“Ora o mi porti a casa tua o non farti mai più vedere… perché ti ammazzo, te lo giuro… se stasera non mi porti a casa tua io ti vengo a cercare e ti ammazzo.”

Il mattino dopo Brayn se ne andò da casa mia dicendo che ci saremmo rivisti, poi io dormii sino al pomeriggio.

Per qualche settimana lui tornò a casa in modo sporadico, non era necessario viverci oltre.

Una sera al bar si sparse la notizia che un uomo era stato accoltellato nei giardini vicino alla stazione. Dopo circa un’ora giunse la notizia che l’uomo era deceduto in ospedale. Qualche ragazzo lo conosceva perché spesso cercava dei giovani prostituti per divertirsi, era ricco, era un ottimo cliente.

Tornai a casa sorridendo ripensando ai commenti dei ragazzi incazzati perché avevano perso una buona fonte di guadagno occasionale.

Era quasi l’alba quando sentii suonare alla porta. Istintivamente aprii senza chiedere chi fosse.

Vidi Brayn con il suo giubbotto di pelle, era evidente la stanchezza, ma l’espressione era di soddisfazione, di totale appagamento.

“È stato lui ad uccidere” fu il mio primo ed unico pensiero.

Lo feci entrare, mi baciò sulla bocca a lungo poi andò in bagno. Sentii che stava lavando qualcosa nel lavandino.

Dopo molti minuti uscì, era nudo, in mano teneva i jeans e la maglietta bagnati, arrotolati.

Glieli presi e, quando li distesi per stenderli, vidi delle macchie scure sulla maglietta; controllai attentamente i jeans, le stesse macchie che non erano scomparse completamente nel tentativo di lavarle.

Sollevai lo sguardo per chiedere conferma. Brayn intuì i miei pensieri. Sorrise.

Mi avvicinai a lui, gli misi una mano sul culo nudo e lo spinsi dolcemente in camera mia.

Al mattino con calma mi alzai, lui si svegliò e volle fare ancora una volta l’amore, poi mi disse: “Adesso vai e fai quello che devi fare, io mi rimetto a dormire”.

Io uscii di casa non chiudendo la porta di ingresso a chiave, telefonai alla polizia spiegando che il possibile assassino era a casa mia, che potevano andare tranquillamente a prenderlo, che lo avrebbero trovato nel letto a dormire.

Poi andai a fare colazione al bar come sempre.

Tornato a casa trovai ancora due agenti, mi fecero alcune domande alle quali risposi dicendo semplicemente la verità.

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