Wambua racconta la fuga dalla follia e dalla sua vita

racconti brevi di Gianfranco Maccaferri

Prima parte: il viaggio

Mi devo preparare, so già tutto ciò che sarò costretto a vedere, a vivere, quindi devo pianificare al meglio la mia resistenza fisica e il mio egoismo di sopravvivenza. Questo mi ha detto mio padre: “Il viaggio sarà difficile e pericoloso, pensa a te stesso, alla tua sopravvivenza, non sarai in grado di aiutare nessuno, quindi è inutile che dedichi attenzioni agli altri, obbliga il tuo cervello a ragionare solo sulle tue necessità. Lo so che non è semplice e sembra cattiveria… ma è l’unica possibilità che hai per appoggiare i tuoi piedi in Europa …e solo allora voglio risentire la tua voce.”

Inizio a cercare delle bottigliette di plastica, le userò per portarmi dell’acqua, devo capire dove recuperare del pane il giorno prima della partenza, trovare dell’altra plastica per proteggere i miei documenti, i miei diplomi, le mie lauree… poi me li infilerò negli indumenti; mi vestirò con pantaloni lunghi con ampie tasche e con una camicia a maniche lunghe per proteggermi dal sole e dal freddo notturno, prenderò il cappellino con la visiera più lunga. Il resto che ho portato da casa, lo regalerò a chi resterà ancora in attesa della partenza.

Inaspettato, dopo solo qualche giorno, è arrivato il momento decisivo, con un preavviso di poche ore, ma sufficienti per organizzarmi.

Ho paura, ho pregato incessantemente ma adesso è l’ora di prepararmi esattamente come ho pianificato. Mi accorgo che sono l’unico che ha pensato ad organizzarsi, tutti gli altri partono per l’avventura più pericolosa della loro vita senza nessuna consapevolezza di ciò che potrà accadere.

Davanti al grande gommone mi concentro, decido dove sedermi, come e a cosa eventualmente aggrapparmi, inizio a pensare solo a me stesso, non voglio vedere o sapere chi sale, donne o bambini non mi interessano, esisto solo io e nessuno intorno a me è importante. È difficile non vedere e non sentire… ma io so che devo essere egoista e in questo viaggio devo pensare solo alla mia esistenza o probabilmente alla mia sopravvivenza.

Quattro ore tra le onde e il motore si spegne. Iniziano momenti di angoscia, di urla, poi di avvistamenti di pescherecci, elicotteri, aerei. Io rimango silenzioso, accucciato e spesso con gli occhi chiusi. Il primo giorno è imbarazzante perché tutti devono urinare e evacuare, ovvio, ma come? Dove? Non voglio vedere nulla, preferisco tenere gli occhi chiusi. Io urino di notte, il più nascosto possibile, nella bottiglietta di acqua che ho bevuto durante il giorno e poi la butto in acqua. Ogni tanto infilo la mano nelle ampie tasche dei pantaloni e tiro fuori un pezzo di pane che mastico lentamente. Il corpo mi chiede di alzarmi, di muoversi, ma io lo costringo fermo.

La paura del mare che io non avevo mai visto, delle sue onde, di quel movimento sempre rischioso del gommone, i pianti e le continue preghiere di quelli intorno a me… è tutto una esagerazione per il mio cervello. Solo gli occhi chiusi, con l’ombra della visiera del cappellino, mi permettono di isolarmi, di vivere un’altra storia.

Non posso però impedire alle orecchie di sentire e così capisco che qualcuno è in mare, qualcuno è morto, qualcuno tenta di raggiungere un peschereccio a nuoto… ascolto disperazione, pianti, urla, preghiere; ma tutto questo non deve interessarmi, io non saprei aiutare nessuno.

Adesso non so più da quanti giorni sono seduto, aggrappato a questo gommone, so che l’acqua è finita come anche il pane di cui avevo riempito le tasche. I muscoli, le ossa, i nervi, lo stomaco mi danno dei dolori lancinanti, ma io tengo gli occhi chiusi e continuo a vivere un’altra storia.

Perché in queste ore, in questi giorni, ho rivisto la mia vita momento per momento: quando abbandonai il paese per andare a frequentare le scuole superiori, poi il college per la laurea e ancora un altro per la specializzazione; dieci anni vissuti tra le aule, i parchi, i cortili dei college e le camerate dormitorio.

Riflettendo su ciò che più intensamente è mancato nella mia vita, mi rendo conto che non ho mai avuto un momento o una situazione di intimità, non ho mai dormito solo in una stanza, non mi sono mai innamorato, non ho mai avuto situazioni di scambio affettivo, non ho mai fatto l’amore. Gli unici periodi felici probabilmente sono stati quando tornavo un mese all’anno al paese, almeno lì sentivo il calore affettivo della mia famiglia, ma anche a casa la camera era condivisa con mio fratello e quindi è proprio vero che io non ho mai vissuto una notte da solo, non ho mai avuto una mia intimità.

Anche con gli amici non ho mai vissuto momenti di scambio affettivo; erano semplicemente i ragazzi del college, tutti cattolici come me, tutti attenti a osservare le regole e le prescrizioni morali che ci venivano inculcate quotidianamente e tutti impauriti dalla realtà esterna dominata dalla popolazione musulmana che odiava i cattolici, o così gli insegnanti ci raccontavano.

Riprendo a ricostruire la mia storia ripensando alla fine del college, al timore, o forse terrore, che provai quando andai in caserma per l’anno di militare, ma fortunatamente non trovai praticamente nessuna differenza nella vita di tutti i giorni.

Quell’anno fu un lungo periodo di silenzio, di sottomissione, di angoscia per il mio non essere stato circonciso. Nonostante il mio essere cattolico mi hanno graduato per l’efficienza e la disciplina dimostrata e io sono molto orgoglioso di essere un “graduato militare”.

Il ritorno a casa è stato festoso e poi tragico.

Il mio anziano padre finalmente aveva un figlio laureato e graduato militare, mia madre era talmente orgogliosa dei miei risultati e felice di riavermi a casa che pianse per due giorni; mio fratello era soddisfatto per avere in casa un giovane che lo avrebbe aiutato a rimodernare l’abitazione e sostenuto nell’impresa meccanica che aveva avviato.

Ricordo giornate serene, piene di progetti ambiziosi, di ipotesi costruite assieme a mio fratello, di confronti a tavola; ricordo gli sguardi di soddisfazione che mia madre e mio padre si scambiavano, espressioni che davano senso a tutta la lontananza che avevo vissuto.

Poco dopo successe l’impensabile, o meglio, accadde ciò che stava accadendo in molte cittadine vicine ma che nessuno immaginava potesse succedere proprio al nostro villaggio: gruppi miliziani musulmani impazziti fecero una scorribanda violenta e uccisero quasi tutti i giovani maschi e violentarono in pubblico tutte le giovani donne.

Quel giorno io mi trovavo lontano da casa ad aggiustare un trattore e, quando a sera inoltrata tornai al paese, vidi tutto quello che non avrei mai voluto vedere: i corpi dei giovani uomini erano stati radunati nella piazzetta del paese, uno accanto all’altro, gli anziani erano inginocchiati accanto ai loro figli morti, ma nessuno piangeva.

Vidi mia madre da sola, accucciata per terra in un angolo della piazzetta; le corsi incontro, mi abbassai e quando le accarezzai i capelli alzò la testa e mi guardò negli occhi; il suo volto era esasperato, stravolto, quasi deformato. All’improvviso dalla sua bocca usci un urlo violento che sembrava non finire mai, le sue mani mi strinsero il volto con una violenza esagerata e le sue unghie mi penetrarono la pelle; io rimasi immobile, non capivo, non sapevo cosa avevano visto i suoi occhi. Finito il fiato cadde sdraiata, svenuta. La presi in braccio e la portai a casa, la sdraiai sul letto e capii che si era addormentata. Poco dopo mi resi conto che mio padre non c’era, controllai ovunque. Non era in casa. Corsi nuovamente alla piazzetta e lo vidi inginocchiato accanto ai giovani corpi morti.

Il cuore mi scoppiò, un dolore atroce mi spaccò il petto, i battiti li sentivo in gola, nelle orecchie, nelle tempie. Ricordo che caddi in ginocchio e così, trascinandomi lentamente nella terra, mi avvicinai al mio povero vecchio. Vedevo le sue mani rugose accarezzare i capelli ricci e, delicatamente, reggevano una testa che non osavo guardare. Non volevo, non potevo, non ero pronto, non era giusto; Dio… perché hai permesso questo? Perché questo strazio proprio a me, alla mia famiglia? Dopo molti minuti di non risposte da Dio, mi sentii davvero solo, abbandonato e mi costrinsi a scrutare, ad accettare il fato… era lui, era il volto di mio fratello.

Fissai a lungo quegli occhi ancora aperti che sembravano increduli, quelle guance, quella bocca ferma in una smorfia di dolore evidente. Poi, inaspettatamente, iniziai ad avere la sensazione che un qualcosa mi stava penetrando dalle narici, dalla bocca… ho sentito dentro il corpo una energia che si faceva spazio, il mio cervello fu invaso da un qualcosa che non era mio e sentivo che questo flusso si stava mescolando a tutto il mio essere.

Ricordo che per molto tempo sono stato immobile ad assimilare.

Quando ho avuto la sensazione che tutto quello che doveva entrarmi io lo avevo assorbito, mi sentii bene, forte, lucido e quel corpo morto iniziai a percepirlo come vuoto. In quel momento sentii che era importante dedicare la mia pietà al mio anziano padre.

Terminato lo strazio dei funerali, mi accorsi che le giovani donne non avevano partecipato a nessun rito, era come fossero scomparse. Anche nei giorni successivi la loro assenza fu crudele. Non sentii più il loro vociare, le loro risate, non vidi più i loro sguardi maliziosi ma allegri. Solo le donne anziane erano in giro per il paese ma non si parlavano più, non si fermavano come sempre a chiacchierare tra loro. Sembravano tutte di fretta e tutte avevano un’espressione severa. In paese non esistevano più scambi di parole, sorrisi, battute, pettegolezzi, neppure di saluti; tutti avevano l’aria di chi non voleva incontrare lo sguardo di altri.

Dopo circa una settimana, mia madre mi accompagnò in città da dei suoi conoscenti e solo allora capii che mi stava organizzando un viaggio da cui forse non sarei mai più tornato. Versò una ingente somma su un conto bancario, mi diede una carta di credito, mi presentò a un uomo che mi avrebbe accompagnato sino a Tripoli, in Libia, su una jeep.

Preparai con cura ogni cosa, ogni documento, ogni vestito utile e, senza lacrime ma solo con degli sguardi intensissimi, salutai i miei genitori. Mio padre mi disse di non preoccuparmi di loro, essendo anziani non correvano alcun pericolo, ma di avvisarli solo quando sarei giunto in Europa. Mia madre, che dal giorno dell’uccisione di mio fratello, si rivolgeva a me parlando sempre al plurale, mi disse: “fate attenzione… siate forti e ce la farete… la vostra nuova vita sarà meravigliosa… telefonatemi ogni tanto, ma solo per dirmi che state bene… io quello che potevo fare per voi, l’ho fatto! adesso sta a voi costruirvi la vostra vita…” parlava a me ma era come se si rivolgesse a tutti e due i suoi figli.

Al momento dell’addio mia madre parlò molto severamente all’autista della jeep e poi mi venne incontro, mi baciò la fronte e disse: “accompagnami sino dentro casa e poi voi andate per la vostra strada”. Mio padre semplicemente mi sussurrò: “la nostra vita prosegue solo grazie a te, cerca la serenità e sarai felice”. Poi, prima di chiudere la portiera della jeep, mi disse quelle parole durissime sulla necessità di essere egoista e di pensare solo alla mia sopravvivenza.

Sulla jeep c’erano anche due ragazze del paese e un mio amico d’infanzia, anche lui scampato al massacro perché quel giorno era fuori paese. Ci accodammo ad altri mezzi che facevano lo stesso tragitto. Giunti al confine con la Libia ci fermammo una notte intera per dei controlli. Ci sdraiammo a terra per dormire uno appiccicato all’altro per il freddo notturno. Arrivò un gendarme libico e ci chiese i nomi e con la sua torcia ci volle vedere in faccia; quando si ritirò il nostro autista mi disse di allontanarmi con le due ragazze e io ubbidii.

Dopo qualche minuto vidi il gendarme tornare, svegliò il mio amico che era rimasto lì a dormire e gli chiese dove erano andate le ragazze. Lui rispose che non sapeva, che stava dormendo. Il gendarme gli disse di alzarsi e di seguirlo. Li vidi entrare in una casetta bianca che fungeva probabilmente da casermetta.

Inizialmente si sentirono delle risate sguaiate di almeno tre uomini, poi all’improvviso, inaspettato, incomprensibile, un urlo bestiale svegliò tutti. Era la voce straziata del mio amico! Le urla, il susseguirsi del suo gridare “basta …vi prego, basta”, il suo pianto e le risate e i sospiri degli altri uomini durarono sino all’alba. Alle prime luci in due lo accompagnarono fuori sostenendolo per le braccia, il mio amico sembrava svenuto. Furono le due ragazze a occuparsi di lui, in qualche modo a lavarlo dal sangue che era colato sino alle caviglie, ad accarezzarlo, a sussurrargli parole gentili e piene di comprensione.

Al mattino il viaggio riprese nel silenzio assoluto.

Arrivati sulle spiagge vicino a Tripoli l’autista ci separò: il mio amico con le due ragazze da una parte e io da un’altra. Quando gli chiesi il perché lui rispose che mia madre aveva pagato molto bene e quindi il mio imbarco doveva essere immediato. Gli altri dovevano aspettare il loro turno. Non li ho mai più rivisti o sentiti.

Non so quanti giorni sono passati da quando mi sono seduto su questo gommone, ma con gli occhi quasi sempre chiusi ho rivissuto tutta la mia breve vita e adesso che ho finito l’acqua, il pane, le energie… anche il cervello mi sta abbandonando, so di non essere più lucido nei miei pensieri e quindi costringo il corpo solo a una cosa: stare fermo, seduto, in silenzio… oramai non apro più gli occhi ogni volta che qualcuno grida che vede un elicottero, un aereo, una nave, un peschereccio. L’ultima volta che li ho aperti, ho contato intorno a me troppi posti vuoti dove prima erano seduti dei bellissimi bambini, delle donne, dei ragazzi.

Decido che è meglio dormire, ho il cervello esausto, sento che mi chiede solo di smettere di funzionare e se qualcosa dovrà accadere… io dormirò.

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