Non posso fare domande… sono muto!

racconto breve di Gianfranco Maccaferri

Sono muto, questa è la mia caratteristica da quando sono nato. Tutti, da sempre, mi chiamano “il muto”.
In realtà sarebbe bastata una piccola operazione quando ero piccolo e avrei potuto parlare come tutti. Ma io non avevo dei genitori, non li ho mai avuti e così il mio frenulo ha sempre tenuto la lingua quasi completamente attaccata sotto. So che sono capace di dire qualche cosa, ma nessuno mi capisce e così da piccolo ho smesso di parlare.
Mi ha allevato una famiglia che non è mai stata generosa con me. Probabilmente avevano un debito morale con i miei genitori e così mi hanno dato da mangiare e un letto. Ma non so altro.
Non potendo io fare domande, nessuno si è mai curato di fornirmi le risposte che avrei avuto bisogno di ricevere. Anche da ragazzo non ho mai potuto domandare spiegazioni, chiedere cosa era successo ai miei genitori, perché erano morti, perché io ero ancora vivo…
Non avendo frequentato le scuole non sono mai stato capace ne di scrivere ne di leggere, ho sempre solo potuto ascoltare.
Ho sempre dovuto ascoltare solo quello che gli altri volevano dirmi.
Non so quando e dove sono nato, non ho mai avuto un mio documento. Per tutti sono sempre e solo “il muto”.
Ero poco più che un bambino quando i miei genitori adottivi decisero di liberarsi dal mio ingombro: mi trovarono una sistemazione vicino agli scavi archeologici di Leptis Magna: solo una stanza e una capretta. Per vivere si erano accordati perché ricevessi qualche soldo aiutando a tenere pulita l’area archeologica.
Da quel giorno la mia vita è sempre stata ritmata dal calare del sole per andare a dormire e dalle prime luci dell’alba per alzarmi e andare a pulire quell’immensa e bellissima città disabitata che è Leptis Magna.
Conosco ogni pietra, ogni muro, ogni decoro di queste rovine che tanto tempo fa erano state abitate da oltre centomila tra romani e arabi. Io so che dell’area archeologica più della metà è ancora sotto la sabbia. Ricordo che a volte, per passare il tempo, mi mettevo a scavare e scoprivo sempre delle cose nuove.
Leptis è direttamente sul mare, così io ho iniziato a immergermi in quella enorme quantità di acqua sin dai primi giorni che mi portarono qui e ho imparato a nuotare bene, oltre che a pescare.
Mi ha sempre dato molta autostima cercare il pesce giusto e catturarlo, il riuscire a sfamarmi da solo. Comunque la gente che abita vicino a me è sempre stata generosa nel regalarmi qualche uova, un po’ di datteri, qualche chilo di farina, della verdura e soprattutto il tè.
Il direttore del sito archeologico era un uomo davvero bravo, sempre molto gentile con me, so che per cinquanta anni ha svolto questo lavoro. Adesso c’è suo nipote, Amhed, un giovane uomo davvero intelligente.
Quando c’è stata la rivoluzione contro Gheddafi, Amhed aveva molta paura che Leptis venisse usata come postazione militare perché, essendo un sito inserito nel 1982 nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, poteva venire sfruttata come scudo contro i raid aerei della Nato: così dovemmo lavorare giorno e notte per nascondere i reperti del museo in un magazzino e ne cementificammo le porte.
Quando si presentarono degli ufficiali militari Amhed accampò ogni scusa: «Ci vuole il permesso dell’Unesco» oppure «Non ho più le chiavi». Giocò anche sulla superstizione dei soldati: trasportammo un sarcofago nel suo ufficio con i resti di una salma. Tutti dissero che era un luogo maledetto, da starne lontani.
Ma ciò che persuase i miliziani a non varcare i cancelli del sito fu la solidarietà delle famiglie che vivono intorno a Leptis Magna. Accorsero in tantissimi schierandosi davanti agli ingressi.
Di giorno e di notte, ad ogni ora ripetevano «Leptis non si tocca».
Fu emozionante per me vedere come tutta quella gente si metteva a disposizione, rischiando il carcere e la vita, per difendere l’enorme bellezza di Leptis Magna. Gente che sino a poco prima mi sembrava indifferente alla città romana, si dimostrò invece attenta e lungimirante: economicamente Leptis può essere come un pozzo di petrolio, ma con la differenza che non si esaurirà mai.
Era bello stare con la gente, in quei momenti tutti si sorridevano tra loro.
Anche se a volte la preoccupazione era tale che le donne correvano a casa con i loro figli e rimanevamo solo noi uomini a protestare.
Non era facile stare davanti all’esercito di Gheddafi perché quello era il potere, aveva sempre rappresentato le scelte giuste di un uomo che era considerato un eroe. Ma in quei giorni l’eroe era combattuto, altri lo sfidavano, chi avrebbe vinto? Nessuno lo sapeva.
Io avevo sentito infinite volte la storia del giovane eroe che era riuscito a mandare via dalla Libia gli americani, gli italiani, ma anche i francesi, gli ebrei, gli inglesi, tutti quelli che erano in questa terra per fare affari, mentre i libici erano davvero poverissimi.
Anche per me è sempre stato un eroe. Nessuno aveva mai osato tanto contro le potenze mondiali… e senza spargimento di sangue!
Non poteva che essere stato davvero un grande uomo, un ragazzo che a soli 27 anni aveva sfidato tutte quelle autorità. Ogni volta che ho sentito leggere la storia di quegli anni mi sono emozionato.
Quel ragazzo aveva vinto contro tutti, tutti gli stranieri erano scappati dalla Libia.
Ma con gli italiani lui è sempre rimasto amico, io lo so perché Leptis Magna è da sempre protetta, amata e curata da loro e ho visto tantissimi italiani venire qui a lavorare, a scavare, a riparare… Ma dopo quarant’anni anche Gheddafi veniva messo in discussione e proprio quelli che lui aveva cacciato a 27 anni volevano tornare a riprendersi la ricchezza e il potere.
Quei giorni di rivoluzione erano così diversi, così violenti, così confusi che io non capivo quasi nulla di ciò che accadeva. Io stavo con la gente del mio piccolo paese che difendeva Leptis Magna. Tanto per me, comunque fossero andate le cose, poco sarebbe cambiato ma la bellezza e la storia di questa antica città io volevo difenderla.
Anche io, preso dalla foga e dall’eccitazione di quei momenti, vissi intensamente la rivolta e mi ritrovai ad urlare e a gridare con tutta la forza dei polmoni i miei suoni incongruenti, che sapevo confondersi con lo slogan urlato dagli altri: «Leptis non si tocca»
Fu bellissimo quando una notte, improvvisamente tutti tacquero e solo la mia voce risuonò nel buio, di fronte ai fari dei mezzi militari. Non me ne accorsi subito e così continuai a urlare eccitato: nel silenzio assoluto, a modo mio, venivo ascoltato per la prima volta. Poi partirono gli applausi di tutti quelli che mi conoscevano e che mi erano intorno.
È stata l’unica volta in vita mia che sono stato al centro dell’attenzione di tutti gli abitanti. Tutti mi sorridevano e mi abbracciavano. Ho capito che mi volevano bene, che per loro esistevo e probabilmente sono sempre esistito in tutti questi lunghissimi anni.
Questa gente vive di poco, è gente semplice. Certo, si arrangiano come possono per guadagnare qualcosa dal turismo che Leptis attira, ma Gheddafi non ha mai amato questo sito archeologico, per lui era uno dei simboli di colonialismo, antico certo, ma sempre colonialismo. In quarant’anni che è stato al potere, Gheddafi non è mai venuto a visitare questi luoghi. Non ha mai dato dei contributi finanziari sufficienti per farlo vivere, per migliorarlo. Per fortuna molti stati stranieri si sono occupati di Leptis Magna.
Questa indifferenza dei libici per tanta bellezza mi ha sempre fatto pensare cose strane rispetto alla politica e alla religione della mia gente.
Ma non potendo fare domande… non ho mai avuto risposte ai miei dubbi.
Come non ho mai capito perché anni fa dei musulmani hanno distrutto la bellezza delle enormi statue dei Buddha nella Valle di Bamyan. Ascoltavo tutte le notizie e così ho scoperto che quelle statue erano state scolpite nell’arco di due secoli, prima ancora che il Profeta Maometto nascesse, scolpite da una civiltà buddista che prosperava in quel tratto della via della seta. Ma perché? Perché distruggere il passato, la sua grandiosità, il suo resistere al tempo?
Non potendo fare queste domande mi sono sentito solo e, davanti alla televisione, ho pianto di rabbia, di rancore verso l’ignoranza che mi ha perseguitato sin da piccolo.
Guardando le trasmissioni arabe satellitari ho scoperto che tutte le religioni dedicate a un Dio hanno, nei loro scritti antichi, l’ordine di distruggere i templi, gli altari, le statue delle altre religioni. Ma io penso che sono testi antichi, è come se io pretendessi di fare il bagno e i massaggi nelle terme che ci sono all’ingresso di Leptis… Il tempo le ha consumate e comunque non sono più funzionali. All’epoca erano giuste, magnifiche, ma duemila anni fa.
Ma allora perché anni fa dei musulmani salafiti hanno fatto saltare in aria le antiche tombe di Timbuctù, anche loro patrimonio mondiale dell’Unesco? Perché lo hanno fatto proprio a Timbuctù, la “regina delle sabbie”, la “perla del deserto”, la “città dei 333 santi”? Vuol dire che l’Unesco non conta nulla, e quindi che anche Leptis non è davvero protetta?
Ho sentito alla televisione che l’Unesco aveva avvisato che una città dichiarata nel 1988 Patrimonio dell’Umanità non doveva essere danneggiata. E poi avevano detto che, proprio per la guerra in corso, Timbuctù andava considerata “Patrimonio dell’Umanità in pericolo”. L’effetto è stato esattamente il contrario: i salafiti si sono messi a distruggere i mausolei proprio per dimostrare che loro potevano fare esattamente come gli pareva. Hanno detto in televisione che, siccome l’Unesco vuole immischiarsi nei fatti loro, mostravano di cosa erano capaci.
Io sono ignorante, lo so. Ho sempre solo sentito quello che gli altri mi vogliono dire. Non potrò mai avere risposte alle mie domande, ma i miei pensieri da quando guardo la televisione si sono aperti: ho avuto la certezza che tanti nel mondo vogliono bene alla bellezza della storia, come la gente che abita qui vicino a me, che ha difeso Leptis Magna. Dopo Gheddafi qui intorno sono passati tanti mezzi militari, anche macchine civili attrezzate come fossero in guerra, ma nessuno si è mai fermato a Leptis Magna. Comunque i miei pensieri sono solo miei e anche se in questi giorni non faccio altro che pensare al perché della violenza, ma so che non avrò risposte.
Io sono cosciente di non sapere molte cose e quindi quelli che distruggono i segni del passato sanno probabilmente delle cose che io non conosco, cose che nessuno mi ha mai detto o non hanno ritenuto importante dirmele.
Rimango alla sera davanti alla televisione molte ore, ascolto e guardo tutto e così continuo a complicarmi la vita. Ero davvero più felice quando non sapevo nulla, quando ascoltavo solo i racconti della gente vicino a me.
La mia vita era tranquilla come i miei pensieri.
È un po’ come il giorno che ho portato a casa mia un grande specchio. Riflettendomi mi ero accorto che forse ero bello, molto più bello di quasi tutti i ragazzi che conoscevo. Da quel momento complicai i pensieri che facevo su me stesso. Prima mi ritenevo insignificante, non mi ero mai posto domande sul perché le persone mi guardassero con espressioni prima di compiacimento e poi di compassione. Riflettendomi nudo allo specchio capii che forse era perché piacevo. E da quel momento la mia vita si complicò. Il sapermi bello è stato peggio che non saperlo. Uno specchio ha cambiato la mia vita e il mio pensare.
Iniziai ad andare all’hammam con un atteggiamento diverso, ero sicuro che qualcosa di positivo anch’io avevo. Certo nessuno mi parlava, anche perché credo che molti, sapendomi muto, pensavano che ero anche sordo. Gli sguardi di molti ragazzi mi davano piacere: avevo scoperto che anch’io ero ammirato per qualche cosa. Non potendo condividere nulla con le ragazze, nessuna si sarebbe mai fidanzata con me, l’hammam rappresentava il luogo in cui esprimevo la mia sensualità, certo in modo molto solitario.
Una sera, uscito dall’hammam, due ragazzi mi seguirono sino dove abitavo.
Non erano di Leptis, non li avevo mai visti.
Camminavano vicino a me e parlavano di cose che io non capivo ma mi sembrava molto eccitante come situazione. Per la prima volta ospitai dei miei coetanei in casa. Preparai del tè, ma oltre guardarli e ascoltarli non potevo essere di compagnia, anche se avevo mille domande da fare loro.
Ricordo che uno dei due si alzò e controllò che la porta fosse chiusa e poi coprì con la tenda spessa anche la finestra. Non spense la candela e nella poca luce vidi che si stava spogliando nudo. Anche l’altro, tra molte risatine, fece altrettanto.
Tra loro si dissero che “Tanto questo è muto, non potrà mai raccontare nulla a nessuno”.
Io gli volevo dire che se anche fossi stato capace di parlare, certamente non ero il tipo che andava a raccontare cosa avveniva dentro la mia piccola casa.
Furono entrambi a spogliarmi velocemente e sentii le loro mani dappertutto su di me.
I commenti mi rassicurarono rispetto alle loro aspettative.
Le sensazioni che provai erano uniche, difficili da spiegare, non avevo mai sentito delle mani sul mio corpo e io non avevo mai sfiorato un altro corpo nudo.
Ma io cosa cercavo? Cosa desideravo? E cosa doveva succedere?
Nessuno mi aveva mai detto nulla rispetto al sesso, all’amore, all’affetto.
Alla luce di una piccola candela ci furono carezze, ansia, stupore e poi anche del dolore.
Poi molto lentamente tutto si trasformò in piacere anche per me.
Quella notte sono convissute le esigenze di tre corpi che pretendevano di sfogarsi istintivamente, quasi brutalmente ma anche le finte resistenze degli stessi tre corpi che si sono sottomesse al desiderio degli altri.
Passate le prime frettolose situazioni in cui io mi ritrovai ad essere l’oggetto dello sfogo, i due ragazzi si rilassarono e senza pronunciare alcuna parola, tra sospiri e qualche lamento, si trasformarono loro in corpi disponibili a tutte le mie sperimentali pratiche amorose. Dopo alcune ore il nostro stare vicini divenne un sincero scambio affettivo, che io non conoscevo, non avevo mai assaporato, neppure immaginavo potesse essere reale.
I due ragazzi tornarono puntuali tutte le settimane per alcuni mesi.
Inizialmente capii che tra loro c’era un’amicizia speciale, dalla loro intimità intuii che per loro era abituale lo stare insieme per fare l’amore, per scambiarsi affetto.
Quando percepii che la mia presenza stava rovinando il loro rapporto era troppo tardi: uno dei due soffriva nel vedere e nel sentire l’intimità dell’altro condivisa con me in modo sincero. Probabilmente quel ragazzo capì che lentamente veniva escluso dal suo amico. Non si presentò più in casa mia.
L’altro ragazzo invece continuò a frequentarmi regolarmente.
Da solo con me era molto più affettuoso, più attento alle mie esigenze, più disponibile a raccontarmi le sue sensazioni segrete.
Le nostri notti erano sempre più dedicate agli aspetti affettivi, anche se il sesso rimaneva molto emozionante. In quelle ore i nostri corpi erano talmente aderenti che spesso confondevo il mio con il suo… non riconoscevo il mio battito del cuore dal suo.
In quegli anni la mia vita fu leggera, tutto mi appariva bello. Smisi di frequentare l’hammam. Mi bastavano le sue attenzioni, il suo dirmi che gli piacevo.
Anche lui con me era quasi muto, ma i suoi occhi e le sue espressioni mi facevano capire che era felice, quel ragazzo era felice di stare accanto a me.
Era generoso di carezze e di di baci. Voleva starmi vicino, appiccicato. I nostri corpi per ore restavano fusi tra loro.
Certo al mattino se ne andava ma il suo sorriso mi faceva stare tranquillo e sereno per tutta la settimana.
Alcune notti mi sussurrava all’orecchio che io ero la persona più bella che lui conosceva, che ero io il suo amore. Che mai mi avrebbe lasciato, che dovevo stare tranquillo perché lui sempre sarebbe tornato da me.
Dopo circa quattro anni o forse di più che settimanalmente veniva a trovarmi, non ne sono sicuro perché non sono mai stato bravo a contare il tempo… lui smise improvvisamente di venire a casa mia.
Io l’ho cercato ovunque, ma non sapevo dove abitava, in realtà non lo avevo mai visto in paese e quindi non avevo nessuna indicazione di dove poterlo trovare.
Tornai all’hammam molte volte al solo scopo di incontrarlo ma non lo rividi mai più.
Feci fatica a sentirmi di nuovo solo, senza affetto, senza sesso, senza baciare nessuno. Il contatto fisico dei nostri due corpi era il ricordo che più mi faceva piangere.
Capii che non era solo affetto quello che provavo per lui, la sua mancanza mi faceva stare male, troppo male per essere solo un sentimento di affetto. Compresi che era amore… o qualcosa di molto simile. Non avendo esperienze non potevo comprenderlo appieno.
Quando mi rassegnai a non cercarlo più, mi resi conto che ero triste… tutto intorno a me era cupo, senza significati importanti.
Dentro di me sentivo ancora ogni sera e ogni mattina la certezza della sincerità delle sue parole nel non avermi mai abbandonato… ma allora cosa gli impediva di raggiungermi?
Un giorno il capo villaggio mi chiese, come succedeva due o tre volte all’anno, se ero disponibile ad aiutarlo a pulire il cimitero. Fu una giornata faticosa passata a togliere gli accumuli di sabbia, le erbacce, riordinare e lucidare le lapidi.
Verso il fine pomeriggio vidi un uomo che stava accanto ad una tomba un poco isolata dalle altre, era distrutto dal dolore. Il suo bisbigliare mi aveva incuriosito e così iniziai a pulire le tombe prossime a quella. Quando dopo molto tempo si rialzò da terra e lentamente si diresse verso l’uscita del cimitero io andai a curiosare. Non ci trovai nulla di particolare, ma non sapendo leggere non capivo di chi fosse quella tomba.
Chiamai il capo villaggio e a gesti gli chiesi se mi leggeva la scritta incisa sulla pietra.
Invece di leggere iniziò a raccontarmi che la tomba era di un giovane uomo che risiedeva in un paese lontano circa venti chilometri e che era morto da circa quattro mesi per il morso di un serpente. Negli attimi prima di morire aveva chiesto al padre se poteva essere seppellito in questo cimitero. Il padre non conosceva le ragioni di quella richiesta ma comunque andò da lui per chiedergli la possibilità di seppellire qui il figlio.
A gesti lo supplicai di leggermi tutto quello che c’era scritto sulla lapide.
Quello che il capo del villaggio pronunciò distrattamente era il nome del mio amico, del mio amante, del mio amore, del mio unico pensiero.
Ricordo che crollai a terra in ginocchio. Mi mancò il fiato, non riuscivo a respirare. Poi lo stomaco iniziò a contorcersi sino a provocarmi dei dolori atroci. Ma io rimasi li, immobile, muto. In quel momento volevo morire anche io.
Presi per il braccio del capo del paese e gli feci capire che lo spazio accanto a quella tomba era mio. Che io volevo essere messo lì, che io avrei pagato per essere sotterrato li.
Ovviamente non capiva le ragioni ma visto lo stato pietoso in cui mi ero trasformato, mi assicurò a parole che la terra accanto a quella tomba era a mia disposizione.
Mi resi conto che il nostro era davvero amore. Solo questo poteva essere il motivo della sua richiesta di farsi seppellire nel cimitero del mio paesino. E io volevo morire e stare sempre accanto a lui.
Rimasi li tutta la notte e alle prime luci dell’alba, sentendomi ancora vivo, iniziai a urlare con tutto il mio fiato, non volevo smettere, non potevo.
Probabilmente svenni perché non ricordo nulla di quella giornata oltre il mio urlare…
Ricordo che solo alla sera decisi di salutarlo e tornare nella mia piccola casa.
Dopo tutto quello sfogo, quello straziarmi, quel buttare fuori da me il dolore assurdo che sentivo dentro, lo salutai baciando quella pietra e quella sabbia che lo ricopriva.
Tornato a casa mi sentivo desolato, certo, ma con una calma interiore che mi ha permesso di vivere il tempo serenamente.
Un tempo sospeso nella tristezza del mio amore che fisicamente non mi amerà più.
Oramai saranno passati dieci anni ma io, tutti i fine pomeriggio, lo passo a trovare e, con la mia voce e i miei versi che lo facevano sempre sorridere, gli racconto dei miei pensieri, ciò che sento dagli altri, quello che mi è capitato, cosa farò l’indomani… vivo la triste gioia che per lui, e soltanto per lui, non sono stato solo “il muto” di Leptis Magna.

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